Unità nella Carità 1-2020

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Data: 01 Lug 2020
Categoria: UnC 2020
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Editoriale

Carissimi,
qualche giorno fa, mi sono trovato a meditare il passo del Vangelo che parla del gruppo apostolico sorpreso dalla tempesta nel mare di Galilea. Nel pieno della bufera Gesù dormiva e i discepoli gridarono: “Maestro, non t’importa che noi moriamo?”. E Gesù: “Non avete ancora fede?” e disse al mare: “Taci, calmati!” Il mare si calmò e il vento cessò.
Dire al Signore: “Mi fido di te”, quando salute e affari vanno bene, lo sanno fare tutti. Ma dirlo quando il vento “getta le onde dentro la barca fino a riempirla d’acqua”, allora la fede ha un altro spessore, o meglio, proprio allora la fede è “fede”. Quante volte, davanti a situazioni tragiche, verrebbe spontaneo dire: “Signore, dormi? Non t’importa, che io muoia?” Dire invece: “Mi fido di te”, questo gesto di abbandono mi aggancia veramente a Dio.
Al tempo in cui il popolo ebraico viveva in schiavitù a Babilonia e ogni promessa di Dio sembrava svanita nel nulla, i profeti annunciavano la liberazione; intanto però continuava la schiavitù, e molti morirono senza rivedere la patria. Erano allora promesse vane quelle dei profeti? No, ma contava la promessa di Dio, promessa che non ha un tempo determinato per realizzarsi, soprattutto non ha i tempi che vorremmo noi, vale a dire “subito”. Guardandoci attorno, constatiamo che i social media ci stanno travolgendo con mille notizie che a volte sanno solo di catastrofico, quasi di una società tutta alla deriva senza ritorno. Noi, credenti in Dio, cosa possiamo pensare e dire davanti a queste profezie di sventura? Riusciamo a vivere la certezza che Dio non ha cessato di amare l’uomo e lo trarrà fuori anche da questa palude? Quanti di noi sanno rifugiarsi nella preghiera fiduciosa di abbandono in Lui, convinti che lo Spirito del Signore sta lavorando al di là di quello che ci è dato di vedere o di toccare con mano?
È Lui il Signore della storia e non mancherà di ridare una sterzata alla sua barca sballottata nel mare agitato, ma la ridarà quando e come vorrà Lui. A noi chiede di “fidarci di Lui” e di non rallentare la preghiera.
Siamo nel pieno della quaresima, quaranta lunghi giorni dove rafforzare la certezza che, anche quest’anno, la Pasqua verrà. Ogni anno percorriamo questo deserto per poi assaporare la gioia certa della risurrezione. Sì, il Signore Gesù continua a fare sue fino all’ultima goccia le tenebre della passione, ma uscirà luminoso nella risurrezione, lasciando il sepolcro vuoto di morte e ricco di vita. È il mistero pasquale che torna a ricordarci, anche come umanità, che non stiamo andando verso la morte ma verso la vita.
Mi dispiace per quelli che vanno annunciando castighi e morte e dimenticano di annunciare che la vittoria di Gesù sarà l’ultima parola e che in Lui ogni morte sarà vinta.
Che bello se noi che crediamo nel Signore fossimo in ogni ambiente annunciatori di speranza! Quale promessa migliore e più esaltante infatti che quella di Gesù: “Io sono la risurrezione e la vita, chi crede in me, anche se muore, vivrà, e chi vive e crede in me non morrà mai”?
Sì, Signore, noi crediamo e ci fidiamo di te, ma tu aumenta la nostra fede!

don Venanzio Gasparoni
Superiore Generale

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