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                                   GESÙ PORTA LA GIOIA
Riflessione
L a parola dell’Impegno di Vita di questo mese è dentro il secondo “discorso di
addio” di Gesù nel vangelo di Giovanni. In questo brano appare l’analogia di Gesù della vite e i tralci. Gesù invita a rimanere
uniti a Lui come i tralci alla vite, per portare frutti
ed essere suoi discepoli. Quest’unione è qualcosa
di specifico dell’amore di Dio che porta alla gioia piena.
Lui dice: “Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore” (v. 9). Rimanere in Gesù è rimanere nell’amore di Dio. Nell’amore
di Gesù vediamo l’amore che Dio ha per ciascuno
di noi e che Lui stesso ci comunica. La gioia di
Gesù parte dal suo amore reciproco con il Padre
che poi diventa l’amore per noi. La gioia è il colore dell’amore che vive la reciprocità: gioisce chi ama ed è amato. Gesù, comunicandoci l’amore del Padre,
ci dona la pienezza della gioia che viene dalla comunione con Dio e di sentirsi amato per Lui e amare come Lui ci ama.
La gioia che Gesù ci dice, e che Lui stesso vive,
è quella che nasce dall’incontro con Dio. Questo incontro che salva e libera l’uomo fa espandere la gioia tra tutti noi.
Questa gioia non si può essere imposta come un dovere, ma è qualcosa che ci invade e domina, l’effetto dell’esperienza dell’amore che libera e risveglia nelle persone la capacità di amare. È in quest’esperienza di amore che rende capaci le persone di annunciare la gioia di Gesù, che diventa anche la nostra gioia.
In questo tempo liturgico, ci prepariamo all’annuncio di una grande gioia: la nascita di Gesù. Gli angeli
“La mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena”
(Giovanni 15, 11)
annunciano ai pastori l’arrivo della salvezza che porta Gesù, essi vanno all’incontro di questo bambino dopo aver sentito l’annuncio che gli ha riempiti di gioia. La gioia che annunziano gli angeli svela l’amore di Dio per l’umanità, incarnato nella nascita del Salvatore. Dopo i pastori stessi hanno ricomunicato l’annuncio ricevuto all’incontrarsi con Gesù bambino.
Don Ottorino fa esperienza di quest’amore che riempie di gioia, nell’incontro con il Signore che ci conosce. Lui è cosciente che il Signore conosce tutta la sua esistenza, le sue virtù e le sue difficoltà. Ma in questo conoscere e in questo incontro si trova con Qualcuno che lo ama diventando motivo di gioia. Nell’incontro con il Signore si fa esperienza
di quest’amore che fa vivere la gioia, la santità, fa rinascere le nostre azioni, e spinge all’annuncio di questa gioia vissuta e condivisa.
Come vivere, allora, la Parola dell'Impegno di Vita di questo mese?
Alla fine del giorno, o della settimana, durante i “cinque minuti della sera”, fare una revisione di come ho vissuto l’incontro con il Signore e come ho annunciato la gioia del Signore nella mia vita.
   GESÙ MI AMA E MI ATTENDE IN PARADISO
DON OTTORINO
Nel tabernacolo c’è Gesù che mi conosce più di mia mamma. Lui conosce l’intimo del mio cuore, mi conosce dal primo istante della vita fino a questo momento, conosce luci e ombre, conosce quello che io con il suo aiuto posso fare. Guardando il tabernacolo voi dovete incontrarvi con uno sguardo, dovete incontrarvi con uno che vi parla nell’intimo. Solo così noi possiamo salire verso la santità: incontrandoci con lui. Ma consoliamoci: è uno che ci vuol tanto bene! Se io rivolgessi una domanda a Lui: “Signore, dimmi un po’: mi vuoi bene?”. Lui mi risponderebbe: “Don Ottorino, tu sai, tu sai che ti voglio bene. Tu hai avuto tante prove nella tua vita che io ti voglio bene!”. “Ma, Signore, mi vuoi bene nonostante le mie miserie?”. E lui continuerebbe: “È appunto per le tue miserie che ti voglio bene! Una mamma vuol bene a tutti i suoi figlioli, ma se ce n’è uno ammalato, per quel figlio ha una certa preferenza, e quel figlio ammalato lo considera quasi il suo tesoro, la sua perla preziosa. Appunto perché sei debole, appunto perché hai i tuoi difetti, perché hai bisogno di un cuore paterno e materno vicino a te, appunto per questo ti voglio bene”. Ah, che pensiero gioioso: una persona che mi ama e che mi attende in Paradiso!
(Med. 25 maggio 1967)
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