“IN SOLIDUM” – UNA PRATICA PASTORALE SINODALE
Condivido alcune righe qui, per iniziare a innescare una riflessione che può aiutarci a discernere le nostre azioni oggi in un mondo in costante cambiamento e che ci sfida sempre a vivere la nostra fede. Comincio dalla premessa che siamo chiamati a servire nelle diocesi con una scarsitá di clero, assumendo questa parrocchia “in solidum”, in solidarietà. È così che lo troviamo nei nostri documenti della congregazione. Questo può portarci, dal punto di vista legale, a riflettere molto, sapendo quanto sia importante e quanto possa aiutarci a basare o mettere in discussione questo aspetto. Lasciando questo punto per il nostro contributo personale, ci concentreremo maggiormente sulla pratica oggettiva. La mia parte è di fare un avvertimento, e cioè che non mi riferisco tanto alla parrocchia quanto al tema di una nuova istituzione creata, ma piuttosto alla pratica pastorale, che sia di religiosi preti o diaconi, che dobbiamo svolgere il ministero in solidarietà, come “veri pastori” – moderatori “, se la pratica lo richiede. Pertanto, non è appropriato parlare di parrocchie “in solidum”, ma di preti, diaconi, che esercitano ” in solidum “, la cura pastorale delle parrocchie, come pastori stessi, in una situazione di uguaglianza, fianco a fianco con una corresponsabilità comune.
Logicamente, l’obiettivo di questa nuova forma di cura pastorale sono le parrocchie e la novità sarebbe il modo di esercitare la nostra cura pastorale contro il regime comune di un singolo prete o di un prete assistito da uno o più vicari parrocchiali. Allo stesso modo, differirebbe dal sistema di parroci con altri collaboratori, siano essi clero (diaconi), religiosi o laici.
Questo nuovo modello parrocchiale emerge per coinvolgere ulteriormente i religiosi come persone in un modello sinodale, tenendo conto del discernimento comune nella comprensione del lavoro pastorale nel suo insieme.
In questo senso, la “commissio in solidum” può essere una risposta adeguata alle nuove sfide apostoliche che la società presente presenta e favorisce anche una sfida maggiore per illuminare la spiritualità di comunione e non tanto da dividere i compiti proiettati da un capo. Non vogliamo una persona carismatica o profetica, ma un gruppo profetico.
Questa è la domanda. La scarsezza di clero, di per sé, è una realtà in molte diocesi, o meglio, un mezzo provvidenziale per diffondere il nostro stile di pastorale nel mondo di oggi.
Pertanto, ci troviamo di fronte a una nuova istituzione regolata dalle norme universali della Chiesa che consentono di affidare la cura pastorale a un gruppo, nel nostro caso, a una comunità religiosa. Come essere un tavolo con quattro gambe e non solo due? (preti e diaconi). Inoltre, è importante attuare l’esercizio della nostra metodologia che chiamiamo conduzione comunitaria.
Prima di assumere il nostro impegno pastorale, dobbiamo crescere nella comunione fraterna in missione.
A tal fine, è essenziale affrontare la genesi di questa nuova figura pastorale, i suoi possibili precedenti nella storia della Chiesa e le risposte che possiamo trovare oggi nella spiritualità incarnata.
Ricordo la messa in atto della cura solidaria parrocchiale svolta in comunità specifiche, che evidenzia, tra gli aspetti positivi, la possibilità di mettere in pratica la pastorale nell’esercizio del ministero. Allo stesso tempo, lo sviluppo delle qualità umane e cristiane richiede un lavoro “in solidum”, e sapendo che rappresenta un importante arricchimento nella spiritualità delle persone coinvolte, da cui ricevono e vivono una forte testimonianza di unità, familiarità e fraternità. Inoltre, questo modo di lavorare favorisce la partecipazione realistica di tutti a tutto. Insisto anche nel riconoscere che grazie a questa forma di cura pastorale, saranno superate le barriere artificiali che separavano preti, diaconi e laici.
Il ruolo di moderatore non sarà facilmente messo in discussione, poiché è un collaboratore dell’unità pastorale, che è ciò che dovrebbe prevalere, quando si pensa a “aprire percorsi”, che diventano stretti ed esigenti. Soprattutto, è una proposta per vivere e agire. Secondo San Romero d’America: Sentire con la Chiesa. Esseri fedeli alla Chiesa come Magistero e alle persone, lasciandosi influenzare dai segni dei tempi, sapendo che sarà autentico solo se risponderà alla missione di Gesù.
La pratica dell’assistenza solidaria cerca come obiettivo principale la cura parrocchiale: la responsabilità comune ed equa di tutti e non tanto per risolvere i problemi di scarsità del clero. Sebbene sia vero, anche la “commissio in solidum” può mitigarli, ma non sarebbe questo il suo obiettivo.
Infine, se restiamo dalla parte legale, vedremo che non ci sono inconvenienti legali per un gruppo “in solidum” che, insieme con altri fedeli (consacrati o laici), esercita la pastorale.
Pertanto, ci troviamo di fronte a vari aspetti, terminologie e frasi che dovrebbero essere oggetto di riflessione e, quindi, una piccola scintilla nel nostro fuoco apostolico. In ogni caso, questo tipo di esperienza parrocchiale ha ottenuto buoni risultati nei luoghi in cui è stata effettuata. La sua corretta messa in atto con gli elementi costitutivi che abbiamo, può essere una seria risposta sinodale ai nuovi bisogni e sfide richiesti dalla nuova evangelizzazione, e non tanto una soluzione alla mancanza del clero, quanto una nuova forma di azione pastorale caratterizzata dal lavoro. Insieme e per la testimonianza di unità e fratellanza oltre a tutte le inutili disuguaglianze e individualismi (personalismo) nella gestione pastorale della parrocchia.
P Juan Carlos Rengucci PSSG