Intimi al bel Pastore

Gv 10, 1-10 – IV Domenica di Pasqua

Gesù è la porta per la quale passano le pecore del suo gregge. Gesù è il Buon pastore, il Bel Pastore, che le conduce fuori dall’ovile, per cercare e trovare pascolo, perché abbiano vita, e vita in abbondanza. Gesù è la via, la verità e la vita delle pecore. E noi siamo le pecore. Bisognosi di accudimento, di cura, di nutrimento; bisognosi di qualcuno che ci indichi la via in questo tempo di smarrimento; bisognosi di sentire che la nostra esistenza ha un senso e importa, in maniera irriducibile, a qualcuno. Noi siamo importanti agli occhi di Gesù, come unici e irripetibili, dentro un contesto di relazioni che ci fanno comunità di fratelli e sorelle, Chiesa.

Questo è il mistero che celebriamo oggi, e di cui il vangelo ci parla, con la delicatezza dell’innamorato, o meglio, di chi si sente amato, e il vigore di chi dell’amore fa la passione della sua vita, a difesa e a favore dei più deboli, di chi nessuno ama. Si sente il suono della voce di Colui che chiama con amore e il volgersi sorpreso di ogni pecorella. Si intravede lo stupore di alcuni, la resistenza di altri che pensano di poter ancora cercare da soli cibo e sicurezza. Si ode il calpestio dei passi di coloro che decidono di incamminarsi sulle orme del Pastore, per entrare nell’ovile che salva, e poi uscire a coinvolgere altri, perché la gioia non si può trattenere per sé. Si espande il vociare allegro di chi non può che condividere una bellezza scoperta senza merito, quella del Bel Pastore, che anche del fallimento e della morte ha fatto un luogo di resurrezione e amore. Si vede il gregge, non di sconosciuti ed estranei, ma di fratelli e sorelle distinti e speciali, eppure uniti, perché orientati, nello sguardo e nella direzione, solo a Lui, che dà senso e conduce al passo dei più deboli. E sale la commozione grata, si volgono gli occhi e le mani a farsi carico del dolore di chi più fa fatica, si stringe così la relazione fraterna delle pecore di un gregge non più smarrito, ma divenuto casa, famiglia, Chiesa.

E dove sta la fonte di tutto ciò? Che cosa genera questa bellezza, in ogni tempo e in ogni situazione, pur con la difficile responsabilità – come oggi – di discernere i mezzi e i modi più opportuni? In termini evangelici, dove sta il pascolo che nutre, l’erba salutare? Dove si trova la vita abbondante, non solo promessa, ma ardentemente desiderata da chi ha il coraggio di ascoltare veramente il cuore, e non solo la pelle e i tremori?

Tutto nasce da Lui, dal Bel Pastore. Egli è pascolo, cibo e vita. L’ascolto della sua voce, imparando a distinguerne il tono e il timbro, dà il ritmo al cammino. L’incontro con i suoi occhi, luce che vince le tenebre della notte, è attimo interminabile in cui si realizza il dono, poiché ci si sente riconosciuti, speciali, chiamati per nome. Come Maria, fuori dal sepolcro vuoto; come – a ritroso – i discepoli, alle rive del lago o tra i banchi del lavoro; come Gesù stesso, il cui nome pronunciò il Padre dall’Eterno, e iniziò questa incredibile storia di amore.

Siamo in un momento della nostra sofferta condizione di creature, obbligate a lontananza e ferite dalla malattia per comuni vicende mondiali, in cui potremmo rischiare di cedere alla frenesia di tempi apparentemente normali. Potremmo lasciarci invadere dalla stessa ansia e dall’affanno di correre non per il Risorto, ma per riempire le giornate di affari. Potremmo lasciarci sfuggire l’opportunità giunta, inaspettata, proprio in queste settimane di deserto e di nostalgia di richiami dall’ovile. Non lasciamoci ingannare. Cogliamo ancora l’occasione per fermarci, tacere, ascoltare: dove sta la voce del Bel Pastore? Come risuona il mio unico e insostituibile nome, pronunciato dalla sua amabilissima bocca di custode? Stiamo, coraggio, stiamo ancora lunghi minuti in silenzio, con solo il risuonare della Parola a dirci che non siamo soli, che siamo parte del gregge anche tra i muri domestici e nella rinuncia provvisoria degli abbracci. Non per disprezzare la vita ordinaria, anzi; ma per radicare nuove abitudini, e gustare intimamente quanto più conta, il senso profondo del nostro camminare: è Lui, il Bel Pastore, la Porta della vita, il Signore.

Se sapremo uscire di casa riconoscendo che il nostro cuore – non quello degli altri, il nostro possiamo vigilare! – si è lasciato almeno un poco convertire e volgere al Suo sguardo più di prima, conoscendone meglio, interiormente, la voce e lo stile, allora sì avremo modo di dire che questa crisi ha avuto un senso, non è stata vana. Avremo imparato un po’ più dell’arte della preghiera, che rende miti e a nostra volta pastori. E mangeremo con umiltà e riconoscenza, più vere di prima, il Suo Corpo, il Pane della Vita.

 Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano