La mia carne per la vita del mondo

Corpus Domini 2020

Gv 6, 51-58 – Santissimo Corpo e Sangue di Cristo – anno A

Approcciarsi alla Parola di questo giorno, all’evento che essa rivela, è possibile solo dopo essersi tolti i sandali.

Si calpesta una terra sacra, e bisogna avere l’umiltà di chi vi accede a piedi nudi, con umiltà. Ci si avvicina al mistero del roveto ardente con lo stupore di chi si riconosce piccolo e inadeguato, ma allo stesso tempo coinvolto in una relazione di intimità da capogiro. Dio stesso si consegna, in maniera travolgente e fedele. Dio invita ad accedere alla sua stessa vita: non possiamo che sederci al tavolo del banchetto con la gioia e la meraviglia di chi, sapendo di non esserne degno, tuttavia non rinuncia all’esuberanza dell’amore ospitante.

Nulla a che vedere, dunque, con l’aspra acredine dei Giudei, che tutto vogliono capire e controllare, anche l’agire di Dio. Nulla a che vedere con l’insidiosa pretesa di successo dei discepoli, ansiosi di gloriose imprese da parte del loro Maestro. Nulla a che vedere con la presunzione di conoscere già l’itinerario per il Cielo, da parte di chi non osa abbandonarsi all’imprevedibile divino.

“Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna” (v. 54).

È il paradosso di Dio, che in Gesù stravolge e capovolge le prospettive abituali. Siamo avvezzi a immaginare una divinità potente e vigorosamente ancorata alla propria lontana superiorità, eventualmente disposta a concedere punti di merito a chi – fra le sue misere creature – riesca a guadagnarsi qualche motivo per essere gradita agli occhi dell’Immenso. Gesù invece svela fino all’inimmaginabile la benevolenza di Colui che vuole assimilare totalmente a sé proprio la sua creatura, in un incontenibile processo di consegna e spogliazione abissale, per rivestire da dentro i destinatari di tanta benignità.

Darsi, perdersi per amore.

Consegnarsi all’Altro, nelle Persone della Santissima Trinità, e all’altro, nell’uomo da amare singolarmente e comunitariamente. È questa la logica di Dio. Il dono ne descrive le fattezze, la sostanza. Dono smisurato, fino al punto da farsi mangiare, da irrorare come zampillo vitale ogni cellula del corpo, oltre che dello spirito, dei suoi figli e fratelli. Nel diventare cibo e bevanda, con la Sua carne e il Suo sangue, il Figlio rende possibile la definitiva penetrazione della Trinità nella vita intera della persona del discepolo.

Avviene anche un altro capovolgimento, un rovesciamento di piani.

Il Dio che, anziché sollevare e giudicare, si consegna ed entra in circolo nell’ordinaria vita dell’uomo, per tracciarne nuovi genomi di eternità, rende il nutrimento una esperienza di Paradiso. Si tratta dell’inversione dei fattori: mangiato e bevuto, il corpo e il sangue di Cristo si lasciano assimilare dal fedele nella loro materialità, ma in realtà assimilano a sé il credente nella vita spirituale. Con il pane eucaristico – perché di questo parla Gesù – la grazia dello Spirito agisce veramente e trasforma e conforma il battezzato che se ne nutre nel Figlio stesso che nasce e cresce in lui. Il mistero del sacramento è evento reale, che necessita una costante e fiduciosa partecipazione alla tavola imbandita. In essa, Dio è ospite, commensale e cibo da assumere.

Quale discepolo potrebbe lasciarsi sfuggire un tale invito e un tale meraviglioso convito,

se non colui che pensasse di poter imbandire una cena migliore, mascherandosi dietro tratti di falsa modestia allorquando è la gratuità dell’Amore a darsi nel banchetto? Il battezzato che desidera davvero diventare ciò che, per grazia, egli è, figlio amato e prediletto, perdonato nella propria miseria, sceglie di correre, anche a piedi scalzi, pur di non essere in ritardo all’appuntamento eucaristico. Ed è una corsa verso una tomba vuota, un ritorno alla gioia, un inno alla speranza ricevuta in dono e mai conquistata per bravura. È il canto dei risorti, sempre più forte di ogni tragedia di morte. Solo in questo atteggiamento di grato stupore allora la mancanza di fratelli e sorelle al tavolo diviene occasione di dolorosa partecipazione alla loro fatica, piuttosto che sguardo giudicante e pericolosamente ipocrita.

Al cristiano che accede alla mensa eucaristica è data in dono la stessa vita divina, la vita eterna, che inizia fin d’ora.

I tratti si riconoscono nell’acquisire, boccone dopo boccone, sorso dopo sorso, lo stesso cuore misericordioso di Colui che si è dato tutto. In questo mondo, per il quale Dio ha scelto di morire d’amore, urgono battezzati umilmente e gioiosamente seduti alla mensa del Corpo del Signore per lasciarsi conformare a Lui, e divenire insieme Corpo credibile di carità e di pace, da spezzarsi giorno per giorno nel tessuto delle relazioni umane alla maniera del Maestro divino.

Questa è la Chiesa, casa ospitale,

contagiosa sala preparata per celebrare le nozze dello Sposo, tutto disteso sul letto del dono. Questa Chiesa, uscendo ai crocicchi delle strade per invitare i poveri alla mensa, sarà, oggi, ancora contagiosa per l’uomo.

 Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano