Vogliamo bene al papa

Mt 16, 13-20 – XXI domenica del tempo ordinario

Questo è il vangelo del gran Suggeritore: il Padre. Si serve certamente dell’azione dello Spirito, e si fa ispiratore di Simone, figlio di Giona, e pure di Gesù, figlio del Padre, appunto. Al primo rivela l’identità del Maestro, per riconoscerlo Messia e Figlio di Dio vivente (cfr. v. 16) e svelarlo anche ai suoi compagni, che ascoltano smarriti la domanda provocante di Gesù. Al secondo, suggerisce una straordinaria invenzione: la Chiesa, con il suo papa.

Fuori da ogni dicotomia tra ciò che riguarda lo Spirito e ciò che interessa la storia, tra quanto concerne un carisma e quanto costituisce l’istituzione, tra la centralità della fede e la necessità delle opere e delle organizzazioni a servizio della carità, oggi siamo invitati a cantare un inno di lode alla fantasia creativa di Dio. Rispondere alla domanda su Gesù, infatti, comporta necessariamente aprire lo spazio esistenziale per la Chiesa. Non c’è Gesù senza Chiesa (per far risuonare, ribaltandolo, un vecchio slogan purtroppo ancora in voga in certi ambienti).

Osiamo dire qualcosa di più, sostenuti dalla testimonianza di tutti i santi, figli della Chiesa e innamorati di Gesù: non c’è Gesù senza Simon Pietro, quindi senza il papa. L’ha voluto proprio Lui: il fondatore della comunità dei discepoli, il Signore e Maestro, ha prospettato una realtà di relazioni tanto incarnata e reale da considerare il ruolo irrinunciabile di un suo testimone, che – lo sappiamo dai racconti della risurrezione – è chiamato a confermare nella fede tutti coloro che riconoscono in Gesù “il Cristo, il Figlio di Dio vivente” (v. 16).

Non c’è oggi parola più profetica e controcorrente: il Padre ha ispirato a Gesù ‘l’invenzione’ del papa. E a noi cristiani piace questa originale creazione, che solo da Dio poteva venire. Ci piace il papa (non questo o quel papa, non il papa simpatico anziché quello antipatico, non il papa santo piuttosto che quello corrotto – sperando e pregando che di corrotti non ce ne siano più, ma anche contribuendo, come popolo, a fare in modo di non crearne le condizioni). Solo lo Spirito mandato dal Padre nel cuore e nell’intelligenza del Figlio poteva suscitare una figura, una funzione, una presenza sacramentale tanto necessaria quanto il papato.

È chiaro, nessuna cecità e nessun negazionismo davanti alle contraddizioni della storia, alle testimonianze inadeguate, ai peccati e agli errori. Non stiamo a valutare (anche per non cadere in anacronismi) i variegati sviluppi avuti nel modo di comprendere e di realizzare il ruolo del ‘sommo pontefice’ (appellativo probabilmente poco vicino alle corde di Gesù e di Pietro). Ma rimanendo in una valutazione spirituale e teologica, che poi è quella più profonda per interpretare le vicende della storia, riconosciamo il paradosso: lo stesso Spirito ha soffiato nell’intelligenza di Simone, figlio di Giona, che Gesù stesso battezza Pietro, roccia su cui fondare la Chiesa. Quel Pietro che pochi versetti dopo Gesù definisce duramente come “Satana” (v. 23: nessun altro si è mai preso un rimprovero così duro da Gesù, neanche i farisei!). Dunque lo sa bene, la Trinità divina, che la Chiesa e le sue presenze non sono e non saranno indenni da contraddizioni, a volte persino colpevoli di gravi controtestimonianze. Eppure, c’è alla radice una intuizione straordinaria.

La Chiesa, innanzitutto, come comunità umana e divina che su questa terra è chiamata a custodire l’azione gratuita dell’amore, come comunità di fratelli e sorelle accomunate da un legame spirituale, e non più di sangue. “Né la carne, né il sangue” (v. 17) convoca i discepoli attorno all’altare dell’offerta, ma lo stesso Padre che desidera renderci consapevoli di un dono irrevocabile: la figliolanza, che oltrepassa ogni altra figliolanza. Da Giona all’Abbà, per Simon Pietro; dai nostri padri terreni, al Padre del cielo per ciascuno di noi, battezzati nello Spirito qui, su questa terra. E sono lì i legami da stringere, e da sciogliere se si fanno motivo di peccato e corruzione.

E in questa comunità raccolta attorno al Corpo e al Sangue donati, il dono di una presenza che richiama il necessario riferimento all’Uno, che è Trino perché unifica la diversità. Il papa presiede la Chiesa tutta nella carità, e come tale favorisce lo scambio, l’interazione, il legame appunto, fondato sull’amore. In una dinamica di leggi umane che diversificano i modi e gli strumenti del suo ministero, è tuttavia evidente la garanzia di un punto di convergenza visibile, che resiste alle intemperie della storia, persino alle magagne personali. A lui dobbiamo obbedienza, in una esperienza di maturità e di libertà per nulla scontata né tanto meno facilona, ma intimamente connessa con la faticosa scoperta della dignità personale di ciascuno di noi. Così importanti agli occhi di Dio, da aver motivato di stabilire una diaconia di cura e di custodia che ha il sapore genuino della paternità, di cui siamo tanto bisognosi soprattutto nell’ambito dello spirito. Così speciali come figli, da essere stati dotati della dignità di partecipare attivamente e responsabilmente alle questioni di famiglia, la Chiesa appunto, non come spettatori passivi o estranei alla finestra del giudizio, bensì come umili protagonisti della costruzione del Regno di relazioni e legami di cui la Chiesa stessa è germe fecondo.

A tal fine, a noi rimane da chiedere al gran Suggeritore ogni giorno il coraggio luminoso e intraprendente di rispondere alla stessa domanda che il Figlio continua a porci, e alla quale ciascuno – anche il papa – deve dare la propria personalissima risposta: “e tu, chi dici che io sia?”.

 

Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano