Liturgia di Betlemme

Lc 2, 16-21 – Solennità di Maria Santissima Madre di Dio

La nascita del Figlio di Dio avviene in una commovente liturgia domestica.

A Betlemme, “casa del pane”, viene preparata una mensa dalla Madre del Bambino. Nella mangiatoia, in cui viene deposto, si realizza il banchetto del Regno, come germe di vita che in terra compie e inizia la condivisione che salva. Il tempio è una umile abitazione, forse grotta, forse capanna, certamente dimora di popolo semplice, ben lontana dai bagliori dei palazzi e dalle consuetudini del culto legale. Il pasto è servito avvolto nelle fasce della deposizione, come anticipo dell’offerta sacrificale della Croce, raffigurata nel legno di questo tavolo adibito tra animali e stelle.

Vi sono anche i commensali, invitati fra i poveri della terra, pastori avvezzi al vegliare e distanti dalle logiche della religione. Eppure sono proprio loro che preparano gli agnelli per l’offerta. Sono convocati anche i popoli stranieri, e da tutta la terra, nei Magi, accorrono quanti si riconoscono ascoltati dentro la nostalgia di domande e ricerche di senso eterno. E dall’alto scendono i cori celesti, ad adombrare di luce e di canti gioiosi il mistero di una notte santa, che svela una comune famiglia nazarena come i nuovi sacerdoti della grazia. In Maria e Giuseppe, icona dell’amore coniugale che dell’unità fa la culla per una vita nuova, riconoscono la fedeltà del Padre coloro che vanno, senza indugi razionalisti e scettici, ma con fiduciosa apertura al segno.

Il Figlio di Dio è figlio di donna, figlio dell’umanità redenta.

In questa liturgia casalinga, così ordinaria, eppure capace di raggiungere ogni angolo del mondo e l’intera storia, di generazione in generazione, è prefigurata la celebrazione eucaristica, e la mensa domenicale che la Chiesa, anch’essa divenuta Madre, prepara e consuma di settimana in settimana. Ciò che colpisce, in questo spazio di povertà, è l’immensa dignità dei gesti e delle poche parole presenti, assieme all’atmosfera di intima e contagiosa gioia che si trasmette dalla Madre a tutti i commensali.

La liturgia di Maria si caratterizza soprattutto per il silenzio adorante e per la contemplazione che aderisce, anziché spiegare, al mistero lì compiuto. Il Bambino diviene realtà viva di una Presenza che oltrepassa i limiti della carne, pur rimanendo totalmente presente nel corpicino bisognoso di abbracci e di cure. Maria è grembo riconoscente, e la gratitudine è il nome proprio del culto.

Si celebra per dire grazie, per essere eu-caristia.

Per questo non stupisce che l’esuberanza del vissuto si sprigioni piuttosto all’uscire dalla casa, al termine dell’atto celebrativo, nel quale la Parola è portata propriamente dagli ospiti. Sono i pastori, che hanno ascoltato le voci del Cielo, ad annunciare la bellezza di ciò che avviene nel segno feriale di Betlemme. E sono i Magi a realizzare la prima incantevole processione offertoriale, degna di un Dio, di un Re, di un Figlio d’uomo. Gli uni e gli altri sprigionano la propria gioia grata al ritornare verso la vita di ogni giorno per una nuova via di umiltà, trasformati dentro dal nutrimento ricevuto.

È bello pensare che anche le nostre celebrazioni eucaristiche, e in particolare il rendere grazie di questo passaggio tra il vecchio e il nuovo anno, si compiono in realtà nell’uscire per vivere quanto contemplato, ascoltato, ricevuto. “Ite, missa est”: siamo inviati.

A vivere nella gioia.

La gioia che Maria ha portato in grembo, partorito e consegnato al mondo, anche quando la spada le ha trafitto l’anima. La gioia che la Chiesa Madre riceve in custodia e annuncia instancabilmente con uno stile umile e riconoscente, perché consapevole di essere sostanzialmente debitrice. Al Padre e alla Vergine per averci fatto dono del Figlio. Al mondo e all’umanità intera, perché il Figlio è di tutti, e nessuno – nemmeno i santi – ha diritto di appropriarsene da solo.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano