L’unico gregge

Gv 10, 11-18 – IV Domenica di Pasqua B

Strano pastore, quello che Gesù propone come esempio di bontà.

Un pastore che invece di prendersi la vita delle proprie pecore per averne nutrimento e vestiario, invece di sacrificare gli agnellini primogeniti per attirare su di sé la benevolenza del Dio Altissimo, fa piuttosto di sé e della propria vita una offerta per le proprie pecorelle.

Strano pastore, che non è presentato come un modello astratto e ipotetico, ma che descrive la realtà stessa dell’esistenza di Gesù. Il quale, umanamente parlando, vive ogni gesto e ogni parola in un atteggiamento di donazione e ha fatto del servizio fino alle estreme conseguenze lo stile del proprio vissuto. Il quale, dal punto di vista del Cielo, mostra il volto di un Dio che rovescia le prospettive e si abbassa al punto da sostituirsi alla sua creatura più umile e fragile. A differenza degli idoli, il Dio di Gesù non succhia il sangue di innumerevoli vittime sacrificali, ma fa della propria presenza una fonte di Vita vera per chiunque si avvicini a Lui.

Strano pastore, quello che Gesù ci invita a conoscere.

Perché la logica della conoscenza che propone non ha il sapore di un discorso intellettuale o di una raccolta di dati anagrafici, e nulla ha a che vedere con una definizione astratta e formale che permetta in qualche modo di mantenere confini e distanze. La conoscenza che il buon pastore promette alle sue pecore, presentandola – da parte sua –come già un dato di fatto, è paragonabile solo alla conoscenza che sussiste nella vita trinitaria tra il Padre e il Figlio. Il che è sconcertante.

Pensare che Dio interagisca con una sua creatura generando un rapporto di intimità assimilabile al suo stesso modo di essere Dio ha del vertiginoso.

La rivelazione del buon (=kalòs) pastore di Israele, dunque, attinge alle profezie delle Scritture e alimenta la gioiosa speranza che finalmente sia giunto colui che è l’Atteso liberatore del popolo. Ma perché venga riconosciuto e accolto, c’è da correre il rischio delle Alte vette dell’intimità, delle mistiche relazioni di amore nelle quali l’uomo e la donna di fede accettano di perdersi per ritrovarsi. Gesù, il Figlio, “dà la propria vita per le pecore” (v. 11) affinché le pecore scoprano di valere il prezzo più alto: quello della vita del proprio pastore! E in questa consegna riconoscano la propria smisurata dignità, per alzare il capo non più con rivendicativi atteggiamenti di superbia, bensì in umile e gioioso moto di gratitudine.

Noi, pecorelle acciaccate da tante intemperie della vita, tentate continuamente di ritenersi inutili e inadeguate a esistere, a volte presuntuosamente chiuse in se stesse, veniamo restituiti alla bellezza della nostra esistenza nel momento in cui permettiamo al bel (=kalòs) pastore di far risuonare amorevole il nostro nome nello spartito del Cielo. Ascoltare la sua voce, entrare in un dialogo di intimità, concedergli la possibilità di guidarci per i suoi sentieri: tutto questo è sorgente di vita, di gioia, di bellezza. Qui e ora.

Con la conseguenza di diventare parte attiva, pellegrini arditi dentro la carovana dell’umanità.

La quale sta a cuore al Padre e al buon pastore, senza limiti né distinzioni. Se infatti i Giudei potevano sperare che il pastore convocasse di nuovo tutti i figli di Israele, sperduti nella diaspora, per ricostituire il popolo nella terra promessa, Gesù oltrepassa le aspettative, alla maniera di Dio, che sogna sempre più in grande di noi. E promette di radunare tutti gli uomini e le donne del mondo, provenienti da diversi ovili, ma chiamati alla stessa maniera a far parte dell’unico gregge da lui custodito e amato.

Entrare nella conoscenza intima del Figlio, che mostra la benevolenza del Padre, significa accogliere la prospettiva di dono che nessuno, da sé, potrebbe immaginare né tantomeno costruire: quella dell’unica grande famiglia dei figli e delle figlie di Dio. “Fratelli tutti”, perché tutte pecorelle – smarrite, ferite, appassionate… – dell’unico gregge per l’unico pastore.

 Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano