Il ramo di fico

Mc 13,24-32 – XXXIII domenica del tempo ordinario – Anno B

Un tempo si credeva che il sole e la luna fossero divinità, e che le stelle, con tutte le potenze del cielo, condizionassero in maniera irrevocabile le vicende umane.

Già dalla Genesi, col racconto della creazione, la Sacra Scrittura si è preoccupata di smascherare l’inganno nascosto dietro queste forme di religiosità antica, che potevano indurre a forme di fatalismo e a mancanza di responsabilità sociale. A dire il vero, sembra che il rischio di tornare sui propri passi sia sempre insidiosamente presente, anche per una umanità che ha presunto di essere divenuta adulta e che ora si barrica dietro gli schermi degli smartphone. Siamo andati tanto avanti… ma certi scivoloni che si prendono quasi quotidianamente, grazie agli oroscopi o ai cornetti portafortuna e simili, fanno pensare che anche l’uomo postcontemporaneo sia facilmente vittima delle proprie credulonerie.

Dietro la superstizione c’è una sete infinita del Dio vero: ma come siamo bravi a negarcelo, raccontandoci bugie che ci incatenano!

C’è però un pericolo maggiore, che si insinua sempre minaccioso fra le pieghe nascoste delle relazioni umane. Il sole, la luna, le stelle, infatti, erano invocati come dei perché apparivano lassù, immobili, come punti fermi di riferimento, e permettevano di orientarsi di giorno e di notte. Si vincevano così alcune paure insite nel cuore dell’uomo: quella di perdersi, quella di essere abbandonato e restare solo, quella di sbattere contro un ostacolo imprevisto e sconosciuto. Ora, la necessità di avere punti fermi di riferimento non è finita, per quanto l’umanità tecnoliquida si illuda di poterne fare a meno. E così, se non si esplicita questa naturale esigenza di ogni persona e di ogni società civile, ecco che rispuntano inganni e fantocci. Idee, abitudini, persone acquisiscono piano piano il ruolo di assoluti, spesso senza che i fedeli adulatori se ne rendano conto. E quando questo viene percepito, generalmente da chi ha avuto la fortuna (o la grazia?) di restare fuori dalla dipendenza, o è troppo tardi o c’è bisogno di tanta sofferenza per porre rimedio a questa deviazione.

Di fatto, siamo continuamente a rischio di capovolgere le gerarchie delle verità, quando professiamo la fede in una umanità che – si dice – non avrebbe più né diritto né accesso alla verità. Siccome non è così, e siccome in realtà tutti cerchiamo inconsciamente proprio le tracce di questa verità che perdura e non ci tradisce, ecco che siamo vulnerabili alle seduzioni di chi, forse non sempre in cattiva fede, ne approfitta.

Cosa vuol dire tutto questo, di fronte al testo evangelico che ci parla di giorni di tribolazione, fino a che non cadranno il sole, la lune, le stelle e tutte le potenze dei cieli? Diciamo subito ciò che non significa: nessuna previsione o vaticinio sulla fine di un mondo già tanto ferito, eppure ben deciso – sembra – a continuare a vivere. Piuttosto l’invito a fare attenzione a non caricare la vita di credenze fasulle e di idoli ingannevoli, che portano il nome qualche volta delle forze naturali, più spesso delle ideologie, che siano forti come nell’era moderna o camuffate di pensiero debole come ai nostri giorni.

Perché si veda “il Figlio dell’uomo venire sulle nubi” (v. 26) nella nostra esistenza c’è da fare un grande e costante lavoro di pulizia.

Bisogna spazzare il cielo delle nostre immaginazioni e il firmamento dei nostri pensieri e sentimenti da tanta merce affascinante e razionalmente ineccepibile (a prima vista soltanto, in realtà…), rendendosi conto che spesso essa scaturisce dall’unico vero atteggiamento che fa male all’uomo: l’autoreferenzialità.

Di generazione in generazione la storia si ripete, ed è una battaglia di interiorità che però ha una ricaduta manifesta nelle scelte e nelle azioni, anche politiche, certamente religiose. Porre se stessi alla sequela del Figlio dell’uomo (va sottolineato: dell’uomo, e non di una divinità astratta e freddamente razionale) significa praticare l’arte del raccoglitore di fichi. Il contadino sa che l’abbondanza di foglie (simbolo delle regole e pratiche sociali e religiose che pretendono di controllare la realtà) può trarre in inganno, e addirittura spremere prematuramente il frutto di tutto il suo zucchero gustoso. Un albero meno frondoso generalmente dà frutti più succosi, certamente li lascia essere in mostra e più visibili. Il contadino individua i germogli, per poi accompagnare la crescita, che è viva e vivace, e rischia anche l’assalto degli uccelli.

Fuor di metafora, la presenza di Dio, del vero Dio, che diventa punto fermo di riferimento per una vita secondo la sua volontà, non risuona altisonante e rumorosa nei giochi di luce e buio degli astri, ma si immischia umile con le vicende della vita e della morte di ogni giorno. Le prende sul serio, portando una traccia ordinaria e accessibile di sapore, e quindi di sapienza e di speranza. E matura poco a poco, accettando il rischio della debolezza, ma rimanendo profondamente fedele alla propria vocazione: quella di stare vicino, tanto vicino all’uomo e alla donna che, ascoltando la Sua parola, cercano umilmente di conoscere e accogliere la vita eterna.

Perché da Dio verrà sempre e soltanto un annuncio di vita, per questo mondo che tanto ama, e mai di angoscia e di morte.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano