Il rossore dell’acqua di Cana

Gv 2, 1-11 – II domenica del tempo ordinario – C

“L’acqua vide il suo Signore, e arrossì!”.

Così commenta magistralmente il brano delle nozze di Cana un innamorato come sant’Agostino. Con i suoi stessi occhi, guardiamo all’evento di salvezza che lì si compie, e cogliamo il mistero di una trasformazione dal sapore della festa.

Spesso gli elementi della natura partecipano e custodiscono i segreti di Gesù. Che sono i segreti di Dio. Con la caratteristica di non tenerne riservato per sé il frutto, bensì di diventare necessariamente dono. L’acqua diventa vino per non restare più riservata ai riti di elezione, alle pratiche di distinzione e di separazione, ma per essere piuttosto strumento di condivisione. Così fa Dio sempre, quando opera: rompe i recinti, scardina i lucchetti, spalanca le porte affinché tutti trovino casa e gioia. Immaginiamo quanto avrà desiderato, quell’acqua divenuta vino, spaccare anche la dura crosta delle giare di pietra e spandersi esuberante per ogni dove, a raggiungere chiunque come annuncio e compimento della salvezza. Come un torrente che diventa fiume, e cresce il livello delle acque, a partire dal tempio della gloria di Dio (cfr. Ez 47, 1-12), così dalla sorgente di una ferialità visitata e redenta si diffondono rivoli e ruscelli di benedizione per tutti i popoli.

Con Gesù, la vita divina è entrata definitivamente dentro la vita umana.

L’acqua è l’elemento domestico che accoglie simbolicamente l’opera dell’Altissimo e, diventando vino gustoso e buono, indica come questa esistenza terrena sia pronta per trasfigurarsi di Paradiso.

Il banchetto delle nozze è immagine del Regno, ed è giunta l’Ora in cui esso si compia e si consumi. L’ha intuito la Madre, esperta di cose di ogni giorno, allenatasi da sempre, nell’ordinarietà di Nazareth, a riconoscere i passaggi misteriosi dello Spirito. Il suo atteggiamento di ascolto della storia e allo stesso tempo di confidenza con il Figlio, che porta il profumo del Cielo, manifesta lo stile della Chiesa, chiamata a diventare e a vivere da sposa amata e agghindata per le nozze. La Chiesa che si fa serva, che necessita di uomini e donne generosi ma anche coraggiosi nel fare qualsiasi cosa venga loro suggerito dal Signore. La Chiesa che non si vergogna a presentarsi per com’è, un po’ malconcia, a volte persino infangata dai propri errori, ma consapevole che non più le proprie consuetudini e le proprie tradizioni, bensì l’incontro con lo Sposo le donerà un cuore purificato e casto.

Il banchetto delle nozze è espressione di un desiderio: che chiunque trovi posto, perché non si può escludere nessuno dall’esultanza di una nuova famiglia che inizia. La Chiesa è questa famiglia, questa casa dalle porte aperte, questa dimora dal sapore di vigneti lavorati e inebrianti nel loro frutto copioso. La Chiesa innesta il sudore del lavoro dell’uomo nella grazia del Cielo, e da lì accoglie il tesoro prezioso dell’eucaristia, mensa che attraversa i secoli e che congiunge l’Eterno al tempo.

Il banchetto delle nozze è realizzazione del mistero pasquale.

Dopo il dolore dell’assenza e il dubbio della ricerca, passando per il silenzio dell’attesa, si compie la vittoria sulla morte. Nella nuova vita donata gratuitamente risorge la possibilità di una pienezza, solo prefigurata dal culto e dalle prassi antiche. Nel banchetto del Regno lo Sposo è Gesù, e solo Gesù. L’evangelista lo lascia intendere, noi lo sperimentiamo accogliendo l’invito a tavola. Siamo commensali, conosciamo l’effetto radicale della Pasqua. Ma per poterne godere i frutti e inebriarci della gioia festosa che il vino, sgorgato dalla Croce, ci può dare, è necessario che passiamo dallo sgabello degli ospiti al posto dei nubendi. Nessuno è solamente spettatore passivo. A tutti è stato dato l’abito nuziale. Siamo membra vive dell’unica Sposa amata del Signore. Siamo intimi al suo cuore, e da Lui in persona, come servi che diventano figli, riceviamo il boccone dell’amore.

Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano