Nato per noi

Lc 2, 1-14 – Solennità del Natale del Signore

“Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio” (Is 9,5).

“Ha dato se stesso per noi” (Tt 2,14).

“Oggi è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore” (Lc 2,11).

Oggi il mistero si compie, l’annuncio dei profeti trova pienezza.

Una storia di attesa e di trepidazione giunge al suo punto cruciale, e si ripete, anno dopo anno, nei cuori degli uomini. Nasce un bambino. Un compimento controcorrente: nulla di eclatante, nessuna prova di forza, nemmeno un lieto fine, visto che questo neonato viene alla luce dentro una mangiatoia, fra l’indifferenza generale.

Eppure è lì, oggi, che il mistero si compie. E si compie con uno scopo preciso: c’è un fine, anzi ci sono dei destinatari. Il bambino nasce per noi. Tante volte pensiamo che le cose accadano a caso, oppure che ci sia una sorta di fatalità. Altre volte ci affidiamo all’abitudine, come se la storia della salvezza stessa fosse una questione di ripetizioni convenzionali. Potremmo pensare anche che gli eventi succedano per necessità, in una sorta di mascherato determinismo, senza libertà e quindi senza responsabilità.

Non è così per il Natale.

Esso avviene per noi. A noi è stato dato un figlio, e ci è stato dato perché sia il nostro Salvatore. Dunque, il bambino nasce con uno scopo, che non è qualcosa da fare, ma delle persone da raggiungere. Noi siamo il fine dell’evento del Natale, di questa piccola e gigantesca storia palestinese. Il Bambino nasce per amore di noi, per amore nostro. È una scelta libera di suo Padre, un “sì” obbediente di sua madre, volgendo il loro sguardo a noi.

Questo è il mistero: l’amore. Gratuito, fedele, concreto. Che si fa visibile, accessibile, tangibile. Un amore che mira a raggiungere quel noi desiderato e quindi si fa come noi. Perché il bambino è veramente uomo, essendo e rimanendo veramente Dio. Dio, che è amore, si avvicina al punto da mettersi alla nostra mercé. Il bambino, per essere per noi, ha bisogno di noi. Che ci prendiamo cura di Lui, come ci insegna la mamma Maria.

Ma chi siamo noi?

Chi è questo noi a cui il Natale si rivolge? Chi siamo noi che partecipiamo dell’annuncio degli angeli?

Noi siamo “un popolo che camminava nelle tenebre” (Is 9,1), bisognoso di riscatto dall’iniquità (cfr. Tt2,144). E le tenebre sono le schiavitù dell’esilio, la violenza che porta guerra, l’ingiustizia nelle relazioni. La notte scende a causa dei desideri mondani e dell’empietà, che è un modo di vivere la fede fai-da-te, la religione senza Dio.

Noi siamo i pastori, uomini fuorilegge, scartati e posti ai margini, costretti a vegliare in una notte che forse non è nemmeno la loro, ma che attanaglia. Ci si sente inadeguati e insicuri, nelle tenebre, impauriti per la propria povertà.

Noi siamo poveri, e siamo peccatori. Ed è a noi, novelli pastori, che si rivolgono gli angeli. Per noi è nato il bambino.

La sua nascita è compimento della promessa. E che cosa porta? Gioia e pace. Per noi. Ma non solo per noi, non solo per i pastori che accolgono la buona notizia, ma per “tutti gli uomini” (Tt 2,12), perché Dio ama tutti gli uomini sulla terra.

Riconoscerci parte del noi è scoprirsi destinatari della grazia che si è fatta visibile, non per merito ma per vocazione gratuita. È riconoscere che questa grazia non ci raggiunge isolatamente e in maniera intimistica ed egocentrica. È restare coinvolti in un dinamismo meraviglioso di relazioni e di fraternità. Ed è sentirsi trasformare in diffusori della stessa grazia. Perché questo noi, nell’intenzione di Dio, del Padre del Bambino, deve allargarsi fino agli estremi confini del mondo. Nessuno può rimanere escluso.

Ecco il senso della Chiesa, che è un noi, una comunità in cammino. Diventare da pastori ad angeli, cioè messaggeri gioiosi e pacificati dell’annuncio di gioia e di pace. Così il popolo si mette in marcia, e i pastori corrono frettolosi dalla notte alla capanna, per incontrare Maria, aurora di un giorno nuovo, e ripartire con l’alba nel cuore: Gesù, il Bambino, il Sole che è sorto dall’Alto.

Natale è sentirsi parte del noi che è destinatario del dono d’amore. Stupiti e gioiosi, intimoriti per tanta grandezza e appassionati di tanta tenerezza, diventiamo Chiesa sentendoci amati e inviati. Il mondo ha sete di pace: seminiamola a partire dai nostri cuori, in ogni contesto in cui ci troviamo ad abitare. Ed ecco che altri, tanti altri che sono nella notte, potranno riconoscere che anche per loro è stato dato un figlio.

Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano