L’ALTRO E IO, SIMILI E MORTALI

Lc 10, 25-37 – XIII domenica del tempo ordinario – Anno C

Commento per lavoratori cristiani

Oggi più che mai percepiamo come la Parola sia attuale e allo stesso tempo scomoda e rivoluzionaria. E ne sentiamo quindi tutta l’urgenza, sollecitati prima di tutto a metterla in pratica senza sotterfugi né scappatoie, e in secondo luogo a proclamarla con decisione e chiarezza.

La parabola del samaritano ‘buono’ deve aver dato molto fastidio agli uditori di Gesù. Il bello è che dalle domande di uno di loro ne è nata la occasione, quelle domande insistenti che hanno il sapore del ‘voglio fare bella figura’, e sfociano poi nell’esperienza di rimanere spalle al muro. Non c’è scampo: il messaggio del Vangelo è drammaticamente esigente, come pure evidente e controcorrente. Dio non sta sulle nuvole, ma ha preso la carne del fratello. Di ogni fratello. Non di quello che mi sta a genio, o che corrisponde alle mie aspettative; non di colui che ricade dentro i canoni delle mie categorie, o si limita a richiedermi servizi o piaceri secondo le mie possibilità; nemmeno ci sono indicazioni definitorie di luoghi o tempi entro i quali considerarsi obbligati a considerare l’altro un mio prossimo. Per Gesù, ogni uomo e ogni donna è mio fratello e mio sorella. Qui, adesso, sempre, dovunque. Specialmente se soffre!

Facile pensarlo verso coloro che non disturbano più di tanto. In fondo, l’esperienza del sacerdote e del levita che scendono da Gerusalemme, quasi certamente dopo aver partecipato attivamente al culto del tempio, non è lontana dalla nostra ferialità. Questi signori della religione non sono, probabilmente, persone cattive. Almeno, non più di tanti altri. Appaiono piuttosto distratte, o forse impaurite. Può la paura essere sinonimo di cattiveria? No. La cattiveria comincia quando l’indifferenza maturata dentro degenera in aggressione gratuita, in violenza di gesti e parole, in accanimento ossessivo verso il più debole. La cattiveria, in fondo, è espressione di una intima incapacità di riconoscere se stessi, prima di tutto, bisognosi di aiuto e radicalmente debitori di tutto quello che si ha.

Ma il passaggio previo alla cattiveria, che cresce subdolo nel cuore dell’uomo come quella micidiale piantina di zizzania così simile ai germogli di grano buono, è proprio l’apatico e passivo menefreghismo che trova scuse nella paura. Il diverso fa paura. O meglio, fa paura il pregiudizio che la nostra frenetica mente ha già appiccicato all’altro prima ancora di incontrarlo. Non è tutta colpa nostra: di pregiudizi ci può impregnare la cultura in cui siamo immersi. Se poi è una cultura pseudoreligiosa, come sembra essersi trasformata la straordinaria tradizione giudaica, allora il peso del pregiudizio diventa pari a quello di un macigno sopra il cuore.

Noi diventiamo una tomba, fredda e incapace di accogliere il soffio vitale dell’altro. Il quale, paradossalmente, si pone lungo la nostra via sotto le sembianze di un candidato alla morte. È la drammatica esperienza di incrociare la fragilità dell’altro a scuoterci dentro, al punto da porci – inconsciamente, forse: ma può essere ancora incosciente questa nostra lotta interiore, di fronte alle tragedie dell’umanità di oggi? – di fronte alla domanda circa il perché della nostra mortalità. Il sacerdote e il levita, probabilmente, scendono da un culto che li ha illusi di adorare un Dio tanto onnipotente da preservarli dalla morte. In fondo, non si sono accorti che piano piano hanno sostituito la devozione ossequiosa al proprio egoismo piuttosto che restare inginocchiati, magari traballanti e chini, davanti all’Assenza del Dio vicino.

Ecco quindi la schiavitù di sentimenti e pensieri deformati dalla paura di perdere il falso privilegio di una vita immortale qui sulla terra. L’altro è rischio: mette a nudo la nostra relatività. L’altro smaschera la nostra impotenza, esperienza tanto sconcertante e dolorosa, eppure unica via di autentica salvezza, vero sacrificio gradito al Signore, porta stretta per la vita eterna. L’altro, con la sua sola presenza – se è autentica e non cede alle lusinghe della compiacenza e del servilismo –, uccide il culto al proprio io.

Così il samaritano diviene per noi modello. Ma non di virtù. Forse non è più buono degli altri due protagonisti della vicenda. E forse nemmeno di ciascuno di noi. Il samaritano è solamente a contatto con la propria mortalità. Vestita di ferite e di sconfitte, certamente di esclusione e di emarginazione. Gesù ce lo offre come testimone perché sa bene che, agli orecchi di un giudeo, addirittura dottore della Legge, la sua sola presenza è motivo di scandalo. Il samaritano, nella logica dell’ascoltatore del Maestro, semplicemente non dovrebbe esistere, perché è uno scartato dal popolo eletto. Come pure l’uomo bastonato dai briganti, insanguinato al punto da rendere impuro un qualunque contatto con il suo corpo. C’è quindi una solidarietà di fondo che scatta, radicata nella comune esperienza di soffrire l’esperienza dell’esclusione, del ‘non-diritto-a-esistere’.

Ecco perché il samaritano ci è modello. E di lui siamo obbligati – come figli di Dio – a imitarne le scelte e le azioni. Egli si manifesta per quello che è: un povero conscio della propria debolezza. Egli infatti è l’unico ‘in viaggio’, e chi è in viaggio non è un arrivato, non ha compiuto l’itinerario della propria esistenza, è in tensione ancora verso la meta, è incompleto e lo aspetta altra fatica. La vita è un viaggio, necessariamente segnato da tracce di limite, debolezza e fatica. Consapevole di ciò, al nostro ‘eroe al contrario’ scatta intimamente il moto divino della compassione, proprio di chi si sente alla stessa altezza (o bassezza) e per questo agisce chinandosi e sporcandosi dello stesso sangue dell’altro.

Un ultimo dettaglio. In questa esperienza sconvolgente di incontro e diaconia, l’uomo ferito costringe chi lo aiuta a cambiare programmi. Il tempo si ferma, vi è una deviazione nel percorso, l’imprevisto assume priorità rispetto al previsto. Concretamente, la misericordia è autentica se ci obbliga a dirigerci per altre vie. Il pregiudizio si smonta soltanto se, pazientemente – perché è duro come una pietra –, spendiamo tempo in luoghi abitati dagli emarginati della terra. Il tutto non da soli, ma affidandoci anche ad albergatori disponibili a darci una mano, eppure pagando di persona.

“Và e anche tu fa’ così”. Le tue viscere tremino di misericordia. E il tuo corpo si faccia presenza tangibile dell’amore di Dio. Egli si è fatto vicino a te nel povero. Ma anche tu, povero e mortale, puoi essere divina vicinanza per chi, percosso a sangue, silenziosamente lo cerca.

Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano