CHIEDERE PER DILATARE IL CUORE

Lc 11, 1-13 – XVII domenica del tempo ordinario – Anno C

“Signore, insegnaci a pregare” (11,1), domandano i discepoli al Maestro. E Gesù insegna a chiedere!
In altri passi del Vangelo, la parola di Gesù sembra contraddire questa intensa lezione di preghiera: “Non vi affannate… il Padre sa ciò di cui avete bisogno…” (cfr. Mt 6, 31-32); “Non chi dice: ‘Signore, Signore’… ma chi fa la volontà del Padre mio…” (cfr. Mt 7, 21); …e tante guarigioni avvengono senza la richiesta da parte del malato (cfr. Gv 5). Cosa significa, allora, questa insistenza sulla necessità di chiedere, di cercare, di bussare?
La preghiera del cristiano è essenzialmente preghiera di lode e di ringraziamento. Nel mistero dell’ultima cena, Gesù stesso ‘anticipa’ il dono del Padre e lo benedice per quel pane e quel vino che diventeranno sacramento del corpo e del sangue offerti per amore.
E tuttavia, si potrebbe rischiare di trasformare il ringraziamento in una sorta di autocelebrazione, allorquando lo si separi dalla coscienza intima di avere ancora bisogno di quel dono, e di qualcuno che ce lo doni. Se si trasforma sottilmente il dono in conquista, il gioco dell’autoinganno è fatto. Basti pensare all’icona del fariseo, nella parabola lucana (cfr. Lc 18, 9-14), tronfio del suo orgoglio che da destinatario gli fa credere di essere proprietario dei regali di Dio: ‘me li sono meritati!’. Ringraziare sì, quindi, ma con quale cuore?
Ecco dunque la necessità insistente di… essere insistenti nella supplica. L’illusione di poter pregare senza invocare per sé i doni di Dio significa probabilmente mascherare di superbia un illusorio altruismo. Abramo stesso può intercedere con appassionata irriverenza per Sodoma, può osare di far ‘cambiare idea a Dio’ a favore di un popolo di ribelli (cfr. Gen 18, 20-32) in quanto ha pianto e gridato da tempo, nelle notti stellate di oriente, per supplicare una discendenza e una terra da abitare. Chiedere, insomma, è arte di consapevolezza. Per questo è cammino di umiltà.
Chiedere significa accettare l’esperienza costitutiva di avere bisogno di un altro e di non potersi dare da soli l’essenziale: l’aria da respirare e il diritto di esistere! La trepidazione del cercare indica la capacità di non accontentarsi in una presunta sazietà per continuare ad andare oltre, mendicanti di senso e di verità come il pastore del deserto, Mosè, fedele custode delle pecore di altri ma inquieto esploratore di orizzonti altri. Il coraggio di bussare implica la coscienza di non possedere le chiavi per aprire tutte le porte, e comporta la delicata attenzione di non sfondare usci che non ci spettano.
La preghiera di richiesta serve a chi la fa, molto più che a chi la ascolta come destinatario. Non c’è dubbio: Dio sa già ciò di cui abbiamo bisogno. E se da Padre – Lui, che solo è buono – non darà mai una pietra al figlio che chiede pane, nemmeno per vantarsi poi di poterla trasformare miracolosamente (cfr. Mt 4,3-4), è pure vero che se il figlio chiede un sasso Egli saprà sorprenderlo e regalargli una pagnotta per saziare la vera fame. E tuttavia, è necessario che il figlio si renda conto di avere fame di pane e non di pietre per evitare che tale dono finisca intero nel cestino.
Chiedere, cercare, bussare significa allora accedere progressivamente al piano della propria necessità. Fatta di bisogni più o meno immediati e superficiali, ma sempre più intimamente caratterizzata da mancanze e nostalgie che appartengono alla nostra natura di creature impastate di terra e cielo. Intimamente, esistiamo con un vuoto di presenza e di pienezza che ci lacera il cuore. E spontaneamente rischiamo di aggrapparci alle prime pagnotte o a due pesciolini condivisi, pensando che il nostro mondo interiore – e la nostra carne – si possa accontentare di questo. Ci riempiamo di esperienze, di talenti, di successi, di competenze, forse anche di relazioni e di buone azioni… e dopo le prime inebrianti e pur autentiche esperienze di comunione riemerge, doloroso, il grido del cuore: desidero di più, ciò che ho ricevuto non mi basta! Ecco perché anche il matrimonio è sacramento, non compimento!
Chiedere, cercare, bussare è arte di indigenza. È la concretissima esperienza di scoprirci poveri, incapaci di bastare a noi stessi. Ma costantemente insoddisfatti, se a quella prima richiesta gratificata da qualcuno o dallo stesso Dio, fermassimo il dinamismo del desiderio pensando che un Suo dono possa compensare la sete infinita che abbiamo della Sua presenza.
‘Ci hai fatti per te, e il nostro cuore non trova pace fino a che non riposa in te’ (sant’Agostino). La preghiera di richiesta, dunque, è paradigma della nostra verità. Siamo abitati da un tesoro divino, che ci è stato dato in dono, ma che ha le caratteristiche di una indicibile nostalgia. Solo Dio, con il Suo Spirito, può colmare la misura del nostro desiderio di Lui. Ed Egli è Amante, che viene e sfugge, che resta e si allontana, che penetra e non si possiede. Così in noi c’è bisogno di dilatare lo spazio del cuore. Questo avviene nell’andare oltre il ricevuto, per invocare instancabilmente la venuta del Donatore. Non da bimbi capricciosi, mai soddisfatti e mai sazi, bensì da figli consapevoli che se staccassimo la spina dell’invocazione diverremmo simili agli scrigni luccicanti chiusi a chiave dall’interno, vuoti e polverosi in vecchie soffitte dimenticate.
La nostra carne, nella sua costitutiva limitatezza, è il luogo privilegiato in cui questo canto di cuore povero si riveste di autenticità. Per questo Gesù stesso l’ha voluta assumere tutta, ed amare fino alla fine ha significato per lui, oltre il gesto del lavare i piedi, supplicare bisognoso un movimento di benevolenza dall’altro: ‘Ho sete!’ (Gv 4,19; 19,28). Anche Dio, dal Suo cuore dilatato senza misura, chiede, cerca, bussa al nostro cuore per intrecciare il misterioso dinamismo della reciprocità. Questa vertiginosa esperienza di accogliere in noi la presenza dello Spirito fragile dell’Onnipotente è l’unica che possa cambiare la nostra vita quotidiana e l’affannosa corsa a riempirci e a saziarci di vanità. Che se poi attraversassimo ogni giornata con la coscienza che, pur ricolmi dei doni dell’Altissimo, ancora rimane in noi uno spazio per lasciarlo tornare e prendere dimora, vivremmo la dolcissima seppur dolorosa verità di essere così belli e importanti ai Suoi occhi da non bastare a noi stessi. Da non poter vivere né morire veramente che desiderando e invocando senza fine la Sua venuta.

Padre Luca Garbinetto
Pia Società San Gaetano