LA CHIAVE DEL CUORE

Lc 18, 9-14 – XXX domenica del tempo ordinario – Anno C
Commento per lavoratori cristiani

Con la parabola odierna, Gesù ci consegna le chiavi del cuore. Vorremmo dire: del cuore di Dio. Ma il cuore di Dio non ha chiavi, non ha toppe né lucchetti: è sempre aperto, rivolto e proteso al cuore delle sue creature. È il nostro cuore che ha la serratura dall’interno. Segno dell’intima libertà a noi consegnata dal Padre Creatore. Ma c’è anche la profonda ferita inferta dal Maligno: potremmo decidere di chiudere la porta a chiave!
È il peccato che ci ha resi timorosi alla vita, restii alla relazione, impauriti di fronte a un amore che ci sollecita a uscire da noi stessi. È il peccato che ci fa arroccare nelle nostre false sicurezze, inventando ogni volta nuovi chiavistelli per avere l’illusione di tenere sotto controllo le nostre miserie e le nostre debolezze. È soprattutto il peccato che ci inganna, insinuando l’idea che se apriamo il cuore e lo facciamo vedere tutto a Dio, ne ricaveremmo soltanto una colossale figuraccia e un sonoro castigo.
Gesù conosce queste insidie, ne vede la tragedia, in uomini e donne affannate a perseguire meriti da vantare al tribunale della giustizia. Fintantoché, almeno, non si esauriscano le energie spese per costruire questi fantocci di perfezione – sullo stile del fariseo della parabola – e non inizino invece le corse sfrenate della trasgressione senza regole. Tra i due estremi, la delicata rivelazione del Signore. E la consegna, fiduciosa, delle chiavi del nostro cuore.
‘O Dio, abbi pietà di me peccatore’. Ecco la chiave che entra giusta e gira nella toppa. Si tratta di riconoscere con sincerità la propria condizione di peccatori, creature fragili in balia del Tentatore, allorquando si pretenda di preservarsi e difendersi da soli dai suoi trabocchetti.
‘Abbi pietà di me’. Non è una lamentela rassegnata, o una sottile strategia per guadagnare attenzione. Il pubblicano non si ripiega su se stesso, a piangere con pessimismo su una condizione irrevocabile di miseria. È la relazione fiduciosa verso il Signore – ‘O Dio’ – a permettere di infilare la chiave giusta nella toppa. Negli occhi rivolti verso il basso c’è la trepidazione e la tenerezza di una invocazione che sale a Dio. Si rivolge a Lui, non a se stesso. La povertà di cui si chiede misericordia non traspare come condizione assoluta e irrevocabile, ma si illumina a contatto con la pienezza di un Amore che viene percepito, seppur in germe. È il fulgore della compassione di Dio che permette al peccatore di vedere e riconoscere con verità la propria povertà.
‘Abbi pietà di me’. Non implora la pena, nè rivendica sconti a mali commessi. Seppur nella confusione di chi ha le lacrime agli occhi, il grido del pubblicano è affidamento a una speranza. È la liberante onestà di riconoscere di avere bisogno. Si innesca il miracolo della reciprocità. Il cuore che si apre permette all’Altro di accedere, ed è sconvolgente sperimentare che anche Dio ha bisogno di noi. Per poterci amare totalmente, per non lasciar fuori nulla alla Sua essenza di Padre, perché ci restituisce la dignità di figli solo se noi gli permettiamo di oltrepassare la soglia della nostra solitudine.
‘Abbi pietà di me’. Suona a sconfitta. È invece vittoria della gratuità. Nessuno è più libero di chi può accostarsi a mani vuote a un Signore grande, all’Onnipotente, senza la paura di essere schiacciato nella propria miseria. È gratuita la benevolenza di Dio, ma diviene gratuita anche la nostra presenza davanti a Lui, se evitiamo di perdere tempo ed energie a lasciare nell’anticamera dell’incontro qualche spicciolo della nostra debolezza. Nulla da nascondere, nemmeno la paura di essere scoperti e visti. Nulla da difendere, nemmeno la rabbia con cui facilmente cadiamo in aggressioni; verso di noi, o verso gli altri, se ci spaventa troppo la nostra verità.
‘Abbi pietà di me’. È una cascata di lacrime che smonta tutte le impalcature del perbenismo o dell’evasione, delle immagini false di noi e di Lui. Presuppone un movimento, quello del pubblicano, che è fisico – sale al tempio – e interiore insieme – un subbuglio, un terremoto di sentimenti e pensieri. Il movimento richiede coraggio, propone un rischio, mette in conto l’incapacità di gestire conseguenze e imprevisti. Ma restituisce ciò che conta: la percezione intima, incrollabile di essere al mondo per qualcosa, per qualche motivo. Per Qualcuno, in realtà: perché la vita del peccatore ha senso se si scopre – meraviglia delle meraviglie! – già atteso da un diluvio di perdono a cui deve solamente attingere. Con la porta del cuore aperta!

Padre Luca Garbinetto
Pia Società San Gaetano

Lc 18,9-14
In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri:
«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».