CUORE DI CARNE

Lc 2, 1-14 – Solennità del Natale del Signore

Commento per lavoratori cristiani

 

Davanti alla mangiatoia, fiato sospeso e cuore in gola. Stupore, trepidazione, gioia: così grande da non crederci. Come all’incontro con il Risorto, così davanti alla mangiatoia i pastori, i magi, i primi discepoli commossi di meraviglia e di incanto.

Dio si è fatto bambino. Il suo linguaggio è tenerezza e misericordia. Il cuore batte, forte forte: per chi ha atteso, ed ora corre all’incontro; ma anche per chi – e forse noi tra loro – combatte ogni giorno con la frenesia e l’ansia, con la fretta che fugge all’attesa. Per gli uni e per gli altri, davanti alla mangiatoia ci si ferma.

E vorremmo che si fermasse anche il cuore. Siamo qui perché trovi pace.

Che si fermi, il cuore, per fermare il tempo. Questo evento, infatti, è un attimo di eternità che irrompe nella storia. Oh, se rimanesse per sempre, qui e adesso, quel sentimento di indicibile dolcezza che ci attraversa il cuore! Oh, se fosse definitivo, nei nostri giorni nel mondo, il sapore gustoso di questa piccola carne bambina che racchiude l’infinita bontà di Dio! Vorremmo che non passasse più. Restare qui, come sul Tabor o accanto al Risorto. Che si fermi il cuore, per succhiare al petto dell’Eterno come il Bambino succhia al petto della madre.

Che si fermi, il cuore, anche per non disturbare il miracolo, l’intimità della madre con il suo Bambino. Non vogliamo svegliare il piccolo, se la ninna nanna di Maria lo addormenta dopo averlo cullato al seno. Non vogliamo pesare, con le nostre angosce, sulle fatiche di Giuseppe, custode mite e giusto, tenerissimo compagno della Sposa dell’Altissimo. Vorremmo un cuore silenzioso, un po’ più forte, per saper essere compagni di cammino di tante famiglie provate, affaticate, stanche. Desideriamo, come Giuseppe e Maria, imparare a difendere la vita, a custodirla senza che le nostre paure e i nostri egoismi ci confondano e ci rendano distratti.

Che si fermi, il cuore, per essere più vigilanti, come i pastori, e protesi alla luce, almeno quanto i magi. E così prepararci anche al momento definitivo, quando davvero si ferma, questo nostro cuore mortale. Oh, se fosse per un esubero di gioia! Che ci invadesse la luce del Paradiso nel momento in cui ci affidiamo al piccolo, al Bambino. Alla Sua Parola di infante, di “senza-parole” (in-fans). Il cuore attento si accorge che nella piccolezza e nel silenzio abita e parla il Verbo del Padre, fatto veramente carne. E la Sua Parola è la Sua attesa, di noi, per il giorno del nostro arrivo definitivo a casa. Vuole che viviamo bene qui, e ci dona il Suo tesoro. Ma ci prepara la Vita bella per quando il cuore cesserà di palpitare.

E intanto, però, il nostro cuore batte. Vorremmo si fermasse, ma sembra invece impazzito. Ne sentiamo, in fondo, profonda gratitudine, contemplando i disagi di tanti bimbi di Betlemme. Ma dobbiamo imparare, a fare della vita un grazie. Così stiamo, piuttosto, alla scuola della Madre, che ha insegnato al Figlio il ritmo di questo battito. Fin dal grembo, Egli l’ha sentita presente, e ha imparato la sintonia della vita. Tra battito e silenzio, tra sistole e diastole, tra dare e avere, tra parola e ascolto: è questo il ritmo dell’esistere, qui, mentre siamo nella carne. Senza frenesia, ma con costanza. Senza angoscia né tachicardia, anche se a volte proprio nell’affanno sta il primo cenno di resa. Arrendersi alla sinfonia, di un cuore che si accende e subito si spegne, luce a intermittenza, presenza e mancanza. Sono gli istanti del silenzio, del ritiro, della pausa quelli che ci generano il maggiore spavento. È paura del buio, come per il popolo esiliato, e terrore della morte.

Proprio lì, invece, si compie il mistero. Betlemme, l’alloggio non trovato, la notte del censimento ci insegnano i gusti di un Dio mai scontato. Perché il Figlio trova casa soltanto nel profondo, in una grotta in penombra, e in una mangiatoia di legno. Lo stesso legno che formerà la croce. Legno duro, come il cuore del peccatore ancora non pentito. Ma è proprio quel legno che accoglie il Signore. Ebbene sì, il ruvido e sconnesso elemento di una pianta tagliata e senza vita, diviene segno di una scelta inaspettata: Dio dona in esso la Sua esistenza e a noi l’Eterno. La Parola si fa carne dove l’uomo pone solamente la condanna, dove appena le bestie possono riconoscersi di casa.

Il cuore batte, commosso. Ogni anno, sempre più dentro, penetra l’armonia del Dio che si dona tutto nel limite, e rimane, nel piccolo, infinito. No, non deve fermarsi il nostro cuore, deve traboccare di gioia, di stupore, di pace. Deve imparare a vibrare di ciò che davvero conta e lo rende felice. È il cuore di Dio che batte nel cuoricino del Bimbo, allenato a ritmi d’amore dalla consegna della Madre. Il cuore di Dio palpita per ciascuno di noi, con vagito che invoca, da noi, accoglienza.

E così il nostro, di cuore, si dilata. Si spalanca alle nazioni, si scioglie nel pianto per ogni piccolo emarginato della terra. Si commuove dei segni di una coraggiosa tenerezza, scruta e scopre le tracce di un’altra maniera di esistere, più vera, sobria gusta e misericordiosa. Si riscalda per le scintille di un mondo nuovo che nasce, ogni volta che i cuori feriti trovano un gesto di accoglienza. Il nostro cuore, di legno, o di pietra, diventa come vorremmo che fosse: come il Suo, finalmente di carne, di affetto, e di tenerezza.

Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano