ACQUA ZAMPILLANTE PER LA VITA FERIALE

ACQUA ZAMPILLANTE PER LA VITA FERIALE (Gv 4, 5-42)
III domenica di Quaresima A Commento per lavoratori cristiani

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L’incontro di Gesù con la donna samaritana al pozzo di Sicar è, innanzitutto, un inno alla quotidianità. Che è fatta di abitudini e di semplici bisogni da soddisfare, come la necessità di attingere acqua per bere. Ma è fatta anche di sorprese e scelte inedite, come quella di uscire all’ora più calda, forse per evadere dagli sguardi curiosi e giudicanti dei compaesani. La vita di ogni giorno è feriale, per gli affetti e i doveri di una famiglia da mantenere e curare, ma è segnata anche dalle ferite di storie incompiute, fallimenti e delusioni nei rapporti più cari, come per questa donna, che ha conosciuto cinque mariti. La vita ordinaria è quella che stiamo sperimentando, un po’ forzatamente, in questi giorni di prova, che in fondo comportano l’opportunità di stare a contatto con noi stessi e con i nostri cari più vicini in maniera inattesa e quasi totalizzante. Questa vita è visitata da Gesù, che bussa alla porta del cuore di una donna straniera, una di quelle che – chissà – avremmo anche noi considerato inadeguata per essere visitata da Dio.
È invece lui che prende l’iniziativa. Come con Levi, con Zaccheo, con la vedova di Nain: Gesù bussa alla porta di esistenze smarrite, ferite, lacerate. Non disdegna nulla dell’uomo e della donna, pur di chiedere il permesso di accedere alla profondità di ciascuno di noi. La fragil ità non è automaticamente spazio di salvezza. Il peccato a volte incide dentro gli animi profondi solchi di paura e di disperazione. A volte la debolezza diviene anche motivo per rinchiudersi in un vittimismo distruttivo, per sé e per gli altri, oppure spinge a nascondersi e a negare il proprio anelito di liberazione. Potremmo rischiare di vivere così anche la nostra opportunità di stare in casa per costruire famigliarità e curare i nostri affetti più cari. Potremmo rifugiarci in rimpianti e polemiche, senza cogliere l’attimo per accogliere la visita del Maestro. Egli bussa anche al nostro cuore, perché sa che la vulnerabilità della nostra condizione umana è spiraglio, o meglio scrigno che nasconde un indicibile tesoro: noi siamo fatti per l’infinito, noi abbiamo sete di infinito!
Ecco quello che accade. Gesù accompagna la donna samaritana in un progressivo, delicato e coraggioso viaggio dentro se stessa. Lo fa partendo dallo svelamento della propria condizione di debolezza, poiché Dio ha voluto che il Figlio si facesse carne proprio per condividere e mostrarci la via. “Dammi da bere” è l’anticipo della croce, dove risuona ancora struggente l’invocazione del Signore: “Ho sete!” (Gv 19,28). In Lui anche i bisogni più naturali si trasformano in opportunità di apertura all’altro, di incontro, di presenza: è a partire dalla propria limitatezza che si socchiude la possibilità di entrare in relazione con l’altra, senza che ella si senta aggredita, giudicata, o scartata. Anzi, Gesù chiede aiuto, come tante altre volte ha fatto, e come farà fino alla fine. È un Dio debole, per poter essere se stesso: umile. L’onnipotenza dell’amore è reale soltanto nella dinamica spiazzante di un rapporto, altrimenti sarebbe imposizione narcisistica e autoreferenziale. Dio – sì, proprio Dio – ha bisogno dell’uomo perché ha scelto liberamente di amare l’uomo!

L’avvio di questo dialogo è dunque già uno sconvolgimento. Il “santo viaggio” dell’interiorità si compie, nella donna, con la normale fatica e le resistenze che ci attanagliano tutti. Sembra a tratti che il nostro discorrere – come il suo, e come quello dei discepoli, preoccupati di primeggiare piuttosto che di affidarsi all’amore (cfr. Mc 9,33-34) – sia lontano anni luce dal discorrere di Gesù. Il quale, però, ha la perseveranza dei raggi di sole, che scaldano anche quando ci si vuole sottrarre al calore. E così la pazienza e la dolcezza del Maestro approfondisce e scava, piano piano, fino a toccare la dimensione ‘religiosa’ della donna, che è quella più profonda, quella che fa verità di lei, quella che veramente traspare nel modo in cui si vive la vita di ogni giorno. Dopo aver svelato la novità sconvolgente di un’acqua che disseta per sempre, ben diversa dall’acqua che può riempire una brocca di coccio, Gesù tocca con rispetto, ma nella verità, i cocci della storia personale di lei. E lo fa per darle l’occasione di ripartire, di ricostruire una nuova esistenza, in cui la scelta radicale è quella di optare per la sorgente zampillante di salvezza.
Gesù rivela il volto di un Dio che è Padre, Padre per tutti. Gesù scardina definitivamente ogni idea che deforma la verità di Dio, e lo consegna per quello che Egli veramente è: Amore incondizionato, unica fonte di pienezza che risponde in maniera traboccante al nostro desiderio di eternità. Scopre così, la donna e noi con lei, che i propri passi sbagliati, le proprie scelte inopportune, ma anche le ferite subite e il dolore rimasto, sono espressione di una identità tanto intima e tanto sfuggente, che è la verità di se stessa. In lei come in noi abita un anelito di vita eterna, espresso anche negli scivolamenti della propria esistenza, oltre che nelle preziose opere di bene di cui siamo capaci ogni giorno. Ma ecco la bellezza, che fa della donna una nuova apostola, precursore della Maddalena: proprio dove il nostro agire risulta un fallimento, proprio quando la vita feriale si è impregnata della sofferenza dei propri errori, proprio a chi il tempo ha lasciato tracce di dolorose schegge di egoismo, l’irruzione dolcissima dello Sposo restituisce dignità, speranza e diritto di esistere senza più vergogna.
Avviene così il mistero dell’Amore, che, quasi alludendo all’unione di due sposi, si unisce ma non trattiene, si consegna e lascia andare, si espropria e abilita a divenire, a nostra volta, sorgenti d’acqua zampillante. Non più per riempire brocche, ma cuori e vita feriale. Dai cocci raccolti e lavati nell’Acqua viva sgorga, piccola donna di Samaria, la fonte inebriante della vita abbondante per tutti!

Padre Luca Garbinetto Pia Società San Gaetano