DA MENDICANTI A MISSIONARI DI LUCE

Gv 9, 1-41 – IV domenica di Quaresima A

Commento per lavoratori cristiani

“Passando, Gesù vide un uomo cieco dalla nascita” (v. 1): è la storia di un nuovo incontro, ma forse è la storia di ogni nostro incontro con Gesù. Comincia così, dalla nostra cecità e dal suo vederci bene. Il vangelo ci accompagna dentro l’itinerario del discepolo, dopo che – domenica scorsa – ci aveva introdotto al mistero della grazia raffigurata nel dono dell’acqua. Anche nel brano di oggi troviamo l’acqua che lava e purifica, simbolo del battesimo, accanto alla luce che riverbera l’agire primordiale del Dio Creatore (“E la luce fu […]: giorno primo” – Gen 1,3.5) e alla polvere con cui la mano di Dio ha modellato l’uomo (cfr. Gen 2,7). Gesù, Figlio di Dio incarnato, “luce del mondo” (v. 5), ri-crea l’essere umano, toccandolo per entrare in confidenza con lui. Inizia così il cammino della chiamata, la vocazione a porci alla Sua sequela, la scoperta progressiva di un nuovo modo di vivere la vita che ci è stata donata. Siamo coinvolti e immersi in questa opportunità. Possiamo scegliere: accogliere l’invito e avventurarci sulla via con il “cieco nato”, guarito alla piscina di Siloe (che significa, guarda caso, ‘l’inviato’), oppure restarne fuori, rifiutando la proposta, come novelli giudei.

Ma che cosa significa questa irruzione di Gesù, “la luce del mondo”, per le nostre notti esistenziali? La luce compie innanzitutto il servizio di svelare il buio e di darcene consapevolezza. Lì, nell’oscurità, ci siamo tutti, ma non tutti alla stessa maniera. Ci può essere chi si rannicchia e si accomoda, trasformando la notte nella scusa buona per non affrontare la vita, per evadere alla propria responsabilità, per rivendicare in maniera vittimistica una gratificazione ai bisogni più superficiali. Il cieco, in fondo, viveva da mendicante, e per questo si era fatto conoscere: l’autocommiserazione garantisce spesso un vivacchiare senza troppi rischi. Ma ci può essere chi invece si arrabbia, aggredisce, si impone, considerando gli altri e il mondo alla stregua di un dominio da controllare e da ordinare a propria misura, perché è troppa la paura di essere spiazzato dai colori e dalle sfumature della luce. Meglio abitare le tenebre con arroganza, piuttosto che aprire occhi e polmoni a gustare la novità dell’esistenza, che però non è sempre alla mia portata e certamente non corrisponde automaticamente alle mie aspettative. È l’atteggiamento dei farisei, troppo pieni di sé e delle proprie presunte sicurezze per poter accogliere il raggio penetrante della luce che viene dal Cielo a incendiare le loro vite, arroccate dietro muraglie di invidia e di superbia.

In ogni caso, ciechi si è e ciechi si rimane. Dove sta il salto, frutto dell’azione gratuita della grazia, ma misteriosamente condizionato alla nostra personale e libera risposta? Avviene quando la freccia appuntita dell’amore che rischiara incide il primo solco nella roccia del cuore indurito, e smaschera – all’inizio in modo confuso, e tuttavia penetrante – la grande bugia dell’autosufficienza: “io non basto a me stesso! – oh, dolorosa consapevolezza – Ma c’è qualcuno che vuole e può prendersi cura di me!”

Il battesimo, acqua che uccide e ricrea, luce che brucia e illumina, è il momento in cui l’Amore tocca l’intimità della persona e comincia l’opera vivificante che trasforma. Al cieco, e con lui a ciascuno di noi, che si rende conto di essere nel buio del peccato, viene consegnata la possibilità di scoprirsi amato e dunque abilitato a una vita nuova. Perché questo amore, che giunge inatteso, non richiesto, come uno scossone che sorprende nel tran tran della vita, offre l’opportunità di una svolta che sospinge nell’itinerario della conversione. Ci vorrà la fatica di riprendere in mano la propria storia, le proprie relazioni fondamentali (i genitori, la comunità religiosa, i volti della quotidianità), e soprattutto di porsi con coraggio le domande che scuotono e che finora l’hanno terrorizzato: ma chi sono io veramente? Cosa significa ciò che vivo nel progetto di Dio? Le risposte accomodanti e deresponsabilizzanti (“è colpa loro…”; “sono stato sfortunato…”; “nessuno mi capisce…”) cadono da sole in una nuova ricerca di senso, illuminata dalla possibilità di essere accompagnato mano nella mano dentro la propria interiorità.

No, nessun cieco è schiavo per sempre del peccato. Nessun demonio può appropriarsi del cuore di un uomo che desidera seguire il Signore. Ma è necessario che, come il cieco guarito, si giunga a un ulteriore livello di nostalgia, e ci si interroghi sull’Altro: la propria identità non si scopre più solo guardando a se stesso, richiudendosi nella propria autoreferenzialità. C’è bisogno di un atto di affidamento, di un’uscita da sé, di un movimento di consegna: è la fiducia posta in Colui che dona non soltanto la vista, ma anche e soprattutto la verità di sé, il nome autentico, il volto di Dio fatto uomo. “Tu, credi nel Figlio dell’uomo?” (v 35); “E chi è, Signore, perché credendo in Lui possa scoprirmi figlio dell’uomo anch’io?”. Gesù rivela se stesso perché in Lui noi possiamo scoprire noi stessi. E da Figlio, ci prende a cavalcioni, come bambini, del suo raggio di luce per portarci direttamente fra le braccia del Padre. Ai genitori di questo mondo la nostra gratitudine; alla nostra storia passata una memoria riconciliata; alle nostre piccole e grandi oscurità impregnate dell’esperienza del peccato, il dolore e il perdono… Ma ora possiamo diventare adulti, rispondere di noi stessi, e rivolgerci al mondo con i Suoi occhi infuocati di amore: “Siamo venuti, con Lui, perché tutti i ciechi abbiamo luce e il mondo abbia vita, e vita in abbondanza”. Così, in questo meraviglioso percorso di conversione, da mendicanti di amori fasulli, diventiamo missionari di luce che salva.

Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

 

E LUCE FU (IL CIECO NATO – Gv 9, 1-41)

Prima del tempo
nel travaglio dell’amore
dal seno del Padre
fu la luce
primordiale.

Non raggiunge la memoria
quell’istante originale
di cui portano il segno
stelle ancora
da vedere.

Sorgevano i colori
e il sorriso del giorno
con le ombre
e sfumature
prisma dei ricami del mondo.

E dal seno del Padre
la Luce venne
nella notte,
quando parvero spente
le speranze di creature.

Così gli occhi stanchi
rannicchiati nel dolore
mendicanti
di amori
ingannevoli e fasulli
incrociarono un bagliore
e rimasero
bagnati e aperti.

Fu la luce
come un lampo
a interpellare scelte,
a sospingere il buio
dietro invisibili tende.

Antichi e nuovi
disegni
tracciarono la via
sembrò riprendersi il mattino
lo spazio proprio
e la vita.

Altri sguardi trepidante
la Luce volle cercare
risvegliando inquieti
desideri
e mancanze.

“Oh, chissà che si lascino
ricreare
più belli”,
pensò il Padre
dall’eterno, e il Figlio
di viscere materne.

Ma la luce
non si impone,
è ventaglio delicato
di possibili passi
che necessitano un balzo.

Rimase qui la lotta
e le tenebre ancora
avvolsero i tristi
volti scuri
incapaci
di dare
al fuoco il proprio cuore.

E la Luce restò
a bruciare per loro
sollevata
in candelabro
di passione e crogiuolo
perché fosse il futuro
penetrato
dal mistero
vittorioso per sempre:
fu, sarà,
perché è
giorno nuovo, adesso l’ora.