Chi ha visto me, ha visto il Padre

Gv 14, 1-12 – V Domenica di Pasqua

“Io sono nel Padre e il Padre è in me” (v. 11).

C’è un dato originante, che sta alla radice. Qualcosa che esiste da prima del peccato originale. Una verità su cui si regge tutto il resto, a cominciare dal mondo, e dalle nostre esistenze. È l’unità del Padre e del Figlio. Il Padre e il Figlio sono una cosa sola. Una comunione profonda, totale, inscindibile. Non una fusione, non una confusione o uno smarrimento dell’Uno nell’Altro. Piuttosto un legame indissolubile, eterno e per questo non soggetto a usura; anzi, entrando nel tempo, si rinsalda con il suo trascorrere, se ciò fosse possibile a una unione già in sé definitiva.

C’ha provato in mille modi, il diavolo, a dividerli. Prima con la gelosia verso la creatura più buona di tutte. Con il peccato e la morte, ma poi anche con il dolore, che a noi fa più paura del peccato stesso. La sofferenza che il Figlio ha percorso fino alla fine, la croce su cui ha conosciuto dal di dentro anche la separazione mortale. Ma non è stato possibile. Sono rimasti Uno. Indivisibili, sebbene distinti. Ciascuno una Persona, insieme una relazione, un vincolo. L’unità è la traduzione concreta dell’Amore, per il nostro Dio. E per noi, sue creature. In Lui, dimensione naturale: proprio della divinità è restare Uno, divenendo così, anche nel mondo, Padre e Figlio nell’Amore. In noi, meta da desiderare, progetto da costruire, ma più intimamente essenza da riscoprire e da ricevere. Come dono, come ritorno in fondo all’atto creatore. Originante, appunto. Noi siamo fatti per amore, dall’amore. Ciò significa che siamo fatti per l’Uno, dall’Uno. E a Lui dobbiamo ritornare per compiere in pienezza il viaggio mortale.

Una via da percorrere, dunque. In un tempo, una vita da accogliere. Nella verità, contro le false manipolazioni, del Maligno che ci vorrebbe a Dio contrapposti, fra noi avversari. Perché lui non sopporta l’Amore. E la via, la verità, la vita in Gesù, nel Figlio, si sono fatte visibili, tangibili, corporali.

Nulla di quanto è detto resta vago o puramente concettuale, poiché si è fatto carne, croce e passione. Il Figlio è venuto dal Padre e a Lui ritorna non per se stesso, non per Loro, né per l’Uno. Ma per noi, per i suoi discepoli, per Tommaso, Filippo, e mettiamoci pure il nostro nome: per ciascuno di noi, che abbiamo il coraggio di dirci assetati di strada, di autenticità, di esistenza. Siamo creature ansiose di trovare la via; affamate della verità su noi stessi seppur insidiati dall’ambiguità e dalla paura; bramose di non sprecare questa vita che ci scoppia dentro: per questo a volte scappiamo a viverla in superficie, per vertigine di solitudine.

L’unità è la trepidazione dell’anima, tanto intima da sollevarci e sprofondarci in sentimenti troppo vasti. Ci sembra impossibile che la lontananza fisica, l’antipatia delle emozioni, la differenza dei valori e dei sogni possano essere condotti in comunione. Ci sembra una missione troppo ardita, e le nostre sole forze rifiutano una tale scalata, un tiro alla fune con gli altri, ma forse ancora di più con le nostre barriere. Ci sembra un fantasma, questa unione tra le persone, tra le genti, tre le generazioni. Perché non ne abbiamo le forze.

Ma sta proprio qui il segreto, o forse piuttosto il mistero. Dobbiamo cedere. Smettere di angosciarci e di sentirci gli architetti delle torri del potere. Non siamo noi, ma Lui, l’Uno, il Signore. Cediamo le armi e le pretese di saperlo fare, e troveremo una nudità e una brama di relazione tanto antica e primordiale da fare spazio all’Evento di salvezza: Egli, il Figlio, potrà penetrare il nostro cuore. Quella stanza intima dove risiede la traccia, e l’immagine della Sua opera di argilla e di stelle. Nell’immensa solitudine sgorgherà zampillante la potenza dell’Amore, gratuito, necessariamente Altro da noi, divino. Ma a noi donato, e per questo finalmente umano, nostro, reale.

È l’umiltà, la condizione del nostro essere mortali. Umiltà è spogliazione, come Adamo ed Eva, e per questo riempimento della Presenza del compagno di chiacchierate riposanti nel giardino. Umiltà è esprimere la nostra manchevolezza, aprendoci così alla possibilità dell’incontro con la totale offerta di sé del Signore, il Figlio che ci coinvolge, ci stringe la mano, ci conduce al seno del Padre. Lui è via, unica possibilità, solco da percorrere, senza distrazioni né mezze misure. Lui è la verità, inequivocabile e indivisa, che raccoglie anche gli esclusi perché non fa sconti all’Amore. Lui è la vita, quella dirompente, inarrestabile, che infrange i confini della morte, e resta per sempre.

Dall’umiltà all’unione, questo è il senso. Chi sta su questa via, sconvolge il mondo. Tanto nelle faccende di casa, come nelle vicende politiche e sociali, e nei cataclismi della storia. “Chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre” (v. 12). È il testamento del Figlio.

 Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano