Missione dei discepoli e Promessa di Gesù

Solennità dell’Ascensione del Signore

Al momento della dipartenza da questa terra, le ultime parole che si dicono rimangono spesso nel cuore di chi rimane come un testamento spirituale. È mancato a tanti congiunti, in questo tempo di pandemia, quell’attimo di confidenza nell’intimità toccante che la fragilità della morte rende possibile. È mancato, forse, questo inno alla verità di un rapporto di affetto.

Di Gesù, i discepoli hanno la grazia di ascoltare tanti discorsi, prima della crocifissione, e le parole dell’agonia. Ma anche nel tempo che intercorre tra la sua risurrezione e l’ascensione al Cielo, ogni parola del Signore penetra nei cuori dei suoi con il peso raffinato di una perla indimenticabile. Di tanta bellezza, l’essenziale resta proprio nell’istante ultimo. E Matteo, nel suo vangelo, consegna a noi in pochi versetti il cuore del messaggio di Gesù. Si tratta di una rivelazione, di un invio, e di una promessa.

Sul monte di Galilea, lo stesso su cui si è trasfigurato, come nuovo Mosè e vero profeta, Gesù rivela definitivamente la sua natura: egli è Dio. Colui che ha ricevuto “ogni potere in cielo e sulla terra” (v. 18). Espressione teologica, ben comprensibile ad ascoltatori giudei, in attesa di un messia potente, e sconvolti dalla manifestazione nel servizio, nell’umiltà, nella fragilità di Colui che si è presentato come Figlio di Dio. E da Dio è stato risuscitato, così che la potenza gli viene condivisa dal Padre, ed è uno scambio oltre il quale non vi è altra signoria. Gesù non è soltanto un profeta, bensì la Parola incarnata che i profeti avevano solo annunciato, attendendola assieme al popolo pellegrino. E salendo al Cielo avvolge con la potenza dell’amore tutti gli uomini e tutte le generazioni, in un mantello di grazia che non ci abbandona più. Va detto con chiarezza: non vi è stato e non vi sarà mai altro Dio all’infuori di Lui, anche in questi nostri tempi di confusa ricerca religiosa.

Dall’alto del suo potere incarnato e risorto, Gesù invia i suoi, affida una missione: si tratta di andare in ogni dove e “fare discepoli”, “battezzare” e “insegnare” (vv. 19-20). Vale la pena di fissare bene i connotati di questa missione, poiché alcuni verbi sembrano mancare e lasciarci perplessi. Sì, perché potremmo pensare che a Dio interessi prima di tutto “fare fratelli tra gli uomini”, “aiutare i poveri”, “denunciare le ingiustizie” e magari anche “pregare per la salvezza dell’umanità”. Non c’è dubbio che queste e molte altre azioni caratterizzano l’agire del discepolo, e nessuna di esse è esclusa dall’attenzione di chi segue la via di Gesù. Poiché si tratta di insegnare “tutto ciò che vi ho comandato” (v. 20), e a Matteo sta a cuore indicare che la nuova legge è tutta contenuta nel vangelo di Gesù. Non si può prenderne una parte e lasciare l’altra, a seconda dei propri gusti e della propria esperienza.

Diventare discepoli è abbracciare “tout court” i contenuti della buona notizia, e a volte costa, persino odio e persecuzione. È necessario, allora, affermare con forza che la buona notizia è prima di tutto la relazione vitale con il Signore stesso. Appare evidente che a Gesù preme ancorarci alla radice. “Fare discepoli”, infatti, significa diventare calamite di coinvolgimento nell’entusiasmante e travolgente esperienza di instaurare una relazione intima con Gesù, e attraverso Lui con tutta la Trinità. E il battezzare, come dice il verbo stesso (bautizo=immergere), vuol dire immergere le persone che accolgono il messaggio salvifico nel bagno di grazia della vita in Dio, che è appunto prima di tutto relazione che si propone a noi.

Nell’ascendere al Cielo, allora, il Signore si preoccupa di indicare la via perché il suo potere venga trasmesso ai suoi, ma anche a tutti coloro che decideranno di lasciarsi vincolare dal legame vitale con Lui. È il potere dell’amore, attaccamento originale con il Creatore che riconosciamo quale Padre e datore dei doni proprio nell’assumere i suoi insegnamenti come nostra legge di vita. Poiché i comandamenti che ci trasmette il vangelo di Gesù non sono altro che le note scritte nello spartito della nostra anima, per rendere la nostra esistenza una meravigliosa melodia di bellezza.

Per rendere possibile tutto ciò, la promessa del Signore è la conferma della sua venuta. Egli, sceso fra noi per essere l’Emmanuele, il Dio-con-noi, ascende per poter restare definitivamente, “tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (v. 20). È necessario che viva in un’altra dimensione, quella spirituale, certamente meno controllabile dalla nostra piccola mente, ma proprio per questo intimamente più vera e credibile. Permette infatti a Dio, nella potenza dello Spirito, di abitare i cuori dei discepoli e allo stesso tempo di abbracciare la creazione e di interagire con il canto di libertà della storia. Negare l’opera del Signore risorto e asceso al cuore della Trinità sarebbe come credere che il seme di una quercia abbia forza da solo di trasformarsi in leccio, o che l’aria che respiriamo possa divenire improvvisamente tutta nociva per i polmoni dell’uomo, o che un cuore offeso riesca da solo a scatenare la potenza del perdono anche quando è grande il torto subito.

Nulla di tutto ciò. Nella misteriosa armonia del cosmo e nelle doglie del parto della storia, il potere è nelle mani di Dio, che si è rivelato umile e servo in Gesù e come tale continua ad agire, presente più che mai agli aneliti di vita dei suoi figli e di ogni creatura. Tutto ciò è tanto vero, quanto visibile soltanto a chi, smettendo di credersi piccolo dio, si prostra ai piedi dei poveri per farne discepoli immersi nell’amore trinitario, insegnando l’amore amando.

 Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano