Fede che vince la paura

Mt 14, 22-33 – XIX domenica del tempo ordinario

Immaginiamo gli eventi, in due scene successive.

La prima vede Gesù che si ritira a pregare, costringendo i discepoli a partire, attraversando il lago di Tiberiade per precederlo sull’altra sponda. Dopo il segno prodigioso della folla sfamata (cfr. 14,20), Gesù si raccoglie in intimità con il Padre, in qualche modo si nasconde; essi invece tonano al mare, alla barca, alle cose conosciute. Ha un che di annuncio pasquale, questa notte che inizia tra il silenzio di Gesù e l’apparente normalità di Galilea dei discepoli. Ci ricordiamo di un altro silenzio, quello del sepolcro, con la delusione dei discepoli che tornano a fare quello che facevano prima (cfr Gv 21,3). Una separazione dopo il compimento: simboleggiato nel banchetto nuziale, qui (cfr. Mt 14,18), realizzato nell’offerta della croce, là (cfr. Gv 19,30). In entrambi i casi, un donarsi di Gesù che i suoi amici più prossimi non capiscono. Sembra anche qui, infatti, che ai discepoli passi subito dalla memoria quanto è accaduto e si scordino persino le dodici ceste di pane che hanno avanzato. Questo è chiaro nella seconda scena.

Comincia la tempesta, la barca è sbattuta tra le onde.

Ma non sembra essere questo un motivo di terrore per degli esperti pescatori. Accade piuttosto che il Signore Gesù, “sul finire della notte” (14,25), avanza verso di loro camminando sulle acque. Una azione umanamente impossibile, come entrare in un luogo con le porte chiuse (il cenacolo – cfr. Gv 20,19)! E la reazione di quegli uomini, preoccupati ancora di cose terrene, è la stessa che avranno di fronte al risorto che appare loro: “è un fantasma!” (Mt 14,26; cfr. Lc 24,37). Questo suscita in loro paura! Il che sembra davvero incredibile! Ecco l’essenziale di questo momento, drammatico e straordinario insieme: la potenza traboccante di Dio si manifesta in Gesù di Nazareth come nel Risorto, e ai suoi è posta necessariamente la domanda della vita: “Ma chi è costui a cui anche il vento e il mare obbediscono?” (Mt 8,27).

Siamo di fronte all’esuberanza della grazia,

alla sorpresa dell’amore che oltrepassa attese e speranze, all’appello creativo del Signore di tutti gli elementi, che coinvolge in una dinamica nuova le sue creature. Pietro è il primo, e quindi modello di tutti noi. All’invito di Gesù, che infonde coraggio, come nel cenacolo offrirà la pace, corrisponde la decisione di una accoglienza, che è rischio e sfida oltre che consolazione. Pietro sceglie di affidarsi, o almeno di provarci. È tipicamente suo questo irruento ma sincero movimento verso la Parola del Maestro: “Sulla tua Parola!” (Lc 5,5). Accade ciò che è tanto nostro quanto conosciuto da Dio: fiducia e dubbio, consegna e paura si mescolano e diventano compagni altalenanti del nostro cammino. Che comunque ha una direzione, una meta: Gesù.

Pietro cammina sulle acque, proprio come Gesù;

poi però si spaventa delle onde. Succede persino, nella vita, che ostacoli e difficoltà inizialmente affrontati con facilità appaiano come insormontabili quando si è scelto di seguire il Signore. Perché la fede, la vita spirituale, la consegna a Dio non sono delle assicurazioni sulla vita né degli scaccia-pensieri; anzi, rendono il cuore più sensibile e l’animo più attento anche ai particolari. E soprattutto, se si avanza, le intemperie potrebbero anche crescere, come vento che sbatte forte le sponde della vita. Il discepolo non è in una campana di vetro; è piuttosto aiutato a liberarsi sempre più dagli orpelli e dalle false difese per vivere la vita fin dentro le profondità dell’intimo.

Una differenza però conta più di ogni altra cosa.

Nel mezzo dei pericoli, proprio quando la vulnerabilità personale – anche di Pietro – viene a galla prepotentemente, un grido si leva ed è autentica esperienza di fede: “Signore, salvami!” (14,30). Non da soli si percorre la via, non come esperti di nuoto nell’autonomia della propria corsia si vince la gara. Piuttosto avvolti dai flutti, ma con il cuore che straripa in una invocazione, e si fa propria la preghiera, la stessa che Gesù eleva al Padre, probabilmente in tutti i silenzi dei suoi deserti oltre che nell’angoscia del Getsemani: “Signore, salvami!” …ma la tua volontà si faccia (cfr. Mt 26,39)!

E la mano del Signore si tende, forte e premurosa,

perché mai Egli abbandona le sue creature. Essere afferrati da Gesù nel bel mezzo della nostra paura è esperienza di grazia che profuma di perdono e di riconciliazione. Nell’ottusità del nostro peccato, che sfascia anche le ultime scialuppe e ci carica di zavorra inutile, la mano del Signore salva. E armonizza ogni dimensione dell’essere, facendo placare anche le potenze della natura che urlano e cozzano dentro e fuori di noi. La pace è dono autentico, che si costruisce passo a passo in questo affidamento a Lui, che dal caos degli elementi genera una nuova creazione, un ambiente vitale per l’uomo che Egli ama.

Alla fine, dalla relazione intessuta di sali e scendi, dal rischio attraversato di andare verso Gesù anche se non tutto è chiaro e definito, ci si scopre cresciuti e coinvolti nel comune itinerario che dà senso e consistenza alla vita. Perché Egli mostra l’orizzonte anche in mezzo alle onde, e la meta, la Sua meta divenuta nostra, che corrisponde con l’origine e la partenza: l’abbraccio amorevole del Padre.

 

Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano