Dal deserto al giardino

Mt 14, 13-21 – XVIII domenica del tempo ordinario

L’evento straordinario della distribuzione dei pani e dei pesci

alla folla affamata raccolta attorno a Gesù è incorniciato fra due momenti di intimità del Figlio con il Padre. Il primo (v. 13) scaturisce dalla notizia ricevuta della morte di Giovanni Battista, ad opera di Erode. Il dramma umano, come tutti i nostri drammi di dolore e superbia, riporta il mondo all’origine: è il caos dei primordi. Ogni volta che l’odio e la violenza prevalgono nelle vicende della storia, la storia regredisce; dunque, ci troviamo qui di fronte all’esigenza di una nuova creazione.

È questo il senso profondo del segno che Gesù compie, non a caso ripreso più volte dagli evangelisti, a sottolinearne l’importanza. Nell’intimità della Trinità, allora, si custodisce il desiderio di ricreare nel bene, e da lì scaturisce l’opera che salva: il banchetto del regno si imbandisce nel cuore di Dio.
Allo stesso modo, l’agire operoso di Gesù, con tutta la creazione, culminerà con il riposo del sabato, allorché tornerà a ritirarsi solo nella preghiera notturna, per lodare il Padre delle meraviglie da Lui compiute (v. 23). Tutto l’essere di Gesù è compimento dell’opera creatrice, che non è finita, che continua a combattere la lotta contro il male, che coinvolge anche la creatura umana a partecipare di questa peculiare affinità con il Creatore.
Così scaturisce dalle viscere di Dio la commozione per la folla, vittima dello smarrimento della storia quando perde di vista l’Origine. Ed ecco che un nuovo Eden deve essere generato, perché il nostro Dio è ben diverso dagli idoli, i quali si preoccupano di essere serviti dagli uomini e di attingere ai loro beni: il nostro Dio, invece, si prende cura lui delle sue creature e si premura di organizzare tutto perché stiano bene. È Dio che nutre, è Dio che dà vita, è Dio che prepara l’ambiente perché ci sia la gioia. Così ha fatto creando i giorni e l’universo per l’uomo; così fa Gesù, portando a pienezza il mistero della vita.
Dove i discepoli vedono deserto, infatti, e quando essi spingono per disperdere le folle, Gesù piuttosto mantiene uniti gli affamati, stanchi e assetati, e intravede l’erba come spazio da abitare accogliente e fresco. È l’erba del Giardino, che permetterà il germogliare di frutti nuovi, rinnovando l’ebrezza dell’albero della vita. La potenza dell’amore di Dio, infatti, fa di un piccolo seme l’origine di nutrimenti abbondanti e generosi. E un piccolo seme si trova fra le mani creatrici di Gesù stesso: cosa sono infatti cinque pani e due pesci per tanta moltitudine? Solo la comunione con il Cielo può portare all’esuberanza del dono della vita: è la benedizione del Padre che trasforma un chicco in inesauribili pagnotte.
E tuttavia vi è qualcosa di estremamente importante che Gesù consegna ai suoi, come eredità da spendere per continuare a cambiare il deserto in giardino, per portare l’esodo alla sua meta, la terra promessa feconda e rigogliosa, per i doni del Creatore mediati dal parto del creato accogliente. Si tratta del coinvolgimento degli uomini, dell’appello alla condivisione, della sfida della solidarietà. Non è più solo, infatti, il Dio Uno e Trino che rigenera il mondo. Ci siamo anche noi, discepoli affamati di desiderio come le folle, ma anche impauriti e bloccati dalla paura di non essere gli unici e i migliori. Gesù chiede aiuto, anzi consegna una responsabilità: “Voi stessi date loro da mangiare!” (v. 16). Più che un comando, è una rivelazione: noi siamo capaci di moltiplicare i beni della terra perché vi sia pane e vita per tutti, senza distinzioni. Più ancora, possiamo condividere la grazia della famigliarità e dell’amicizia con Gesù. Nel suo cuore c’è posto per tutti!
E in questo operoso carisma di fratellanza realizziamo appieno la nostra natura, di creature modellate dalla polvere ma intrise del respiro del Cielo. Siamo immagine somigliante a Dio, svelato dal volto di Gesù compassionevole e solidale, intraprendente lavoratore della grazia. Anche noi, dunque, nel metterci a disposizione per donare all’altro, compiamo l’opera della creazione e diventiamo, in qualche modo, quasi dio. La carità solidale è la legge del regno dei cieli, ciò che fa del deserto un Eden, in questo mondo troppo ferito di odio e violenza.

Il segno della moltiplicazione dei pani e dei pesci diventa così annuncio sconcertante del compimento delle promesse.

Il banchetto di “cibi succulenti e grasse vivande” (cfr. Is 55,2) intravisto dal profeta si realizza, e c’è posto per tutti: una folla traboccante, ma ancor più traboccante e insuperabile è la benevolenza efficace di Dio. Nasce spontanea allora la considerazione: ma se tanta è l’esuberanza dell’amore, e se la condivisione reale e coraggiosa ne è la via perché anche noi uomini e donne del terzo millennio possiamo fare la nostra parte, di che cosa abbiamo paura?
“Cercate solo il regno di Dio e la sua giustizia: il resto vi sarà dato in più” (cfr. Mt 6,33).

Padre Luca Garbinetto
Pia Società San Gaetano