La grazia della correzione fraterna

Mt 18, 15-20 – XXIII domenica del tempo ordinario

La pratica della correzione fraterna nella comunità sta nell’orizzonte della misericordia. Ne è esplicitazione e concretizzazione. Di fatto Matteo la introduce a seguito della parabola della pecorella smarrita (cfr. vv. 12-14). Si tratta quindi di esprimere in opere il cuore del Buon Pastore. La finalità di questo esercizio tanto difficile quanto necessario è infatti quella di “guadagnare il tuo fratello” (cfr. v. 15), non di condannarlo né di metterlo alla berlina. E trattandosi di un fratello, comprendiamo che il fondamento dell’agire è esattamente quello che può muovere un Padre verso un figlio, o appunto un uomo verso il proprio consanguineo: solo per amore si deve correggere. Senza questo approccio all’origine, senza una cura perseverante delle viscere materne della compassione, non si è in grado di operare un intervento di guarigione. Probabilmente è per questo motivo, per una attenzione superficiale alla propria personale esperienza d’amore, che tale pratica è poco… praticata, o, se lo è, è spesso maldestra e poco efficace.

L’evangelista lascia comprendere che si tratta di una vera e propria ascesi spirituale. Non siamo di fronte a una generica azione di filantropia, né tanto meno a un atto dovuto per garantire la tranquillità dei rapporti al fine di portare a termine un compito comune. No: la correzione fraterna è estremamente gratuita, sostanzialmente non dovuta, quindi parte da un reale interesse per il bene dell’altro, che proprio nel momento dell’errore e – chissà – del peccato occupa il posto principale nella premura di chi si muove verso di lui. Pur prevedendo naturali benefici psicologici, questo fine lavorio di tessitura relazionale è piuttosto una dinamica spirituale, che ha connotati essenzialmente religiosi.

L’obiettivo, infatti, è quello di tradurre in storia quotidiana la straordinaria grazia del perdono. Vi sono diversi elementi che rendono la correzione fraterna un’opera così grande da profumare di divino. Matteo ne richiama il doveroso inserimento in un clima di preghiera, e per di più condivisa fra “due o tre riuniti nel mio [di Gesù] nome” (v. 20). Si presuppone e allo stesso tempo si ottiene un rinvigorimento dello sguardo rivolto al Cielo, per attingere dalle viscere del Padre le energie per imitarne la missione di salvezza. Si apre poi uno spazio inedito per rinnovare la capacità di comunione, vincendo gli ostacoli delle divergenze e delle debolezze personali. Anzi, si trasfigurano gli aspetti di fragilità e di inconsistenza dei fratelli e delle sorelle, spesso ambito accessibile alla tentazione del Divisore, in occasioni da riempire di una nuova intensità d’affetto e di donazione reciproca. Nell’errore, avviene il miracolo di un incontro più profondo e autentico, rivelativo dell’uno per l’altro.

Si intuisce da tanta bellezza e dalla ‘misura alta’ di questa prospettiva che stiamo parlando di un atteggiamento e di una scelta assai impegnativa. Di fatto, anche poco ordinaria, purtroppo. Eppure, il vangelo – come in pochi altri passi – suggerisce addirittura un itinerario progressivo, che si svela quale vero e proprio percorso di maturazione interiore e relazionale. Sono in gioco la fede e la carità, dunque quanto di più propriamente cristiano possiamo individuare.

Per dirla in termini pro-vocatori: oggi più che mai molti battezzati desiderosi di vivere una fede coerente e radicata nel vangelo potrebbero dedicare assai più impegno a praticare la correzione fraterna, piuttosto che perdersi in ricerche di spiritualità tanto intimistiche e disincarnate da giungere a deformare il volto autentico di Dio e del fratello. Che sono i due pilastri della sequela.

Si tratta allora di avviarsi sul sentiero impervio ma affascinante della misericordia esercitata davvero. Il primo passo è identificare il volto del fratello che ha commesso “una colpa contro di te” (v. 15). Un uomo o una donna concreti, dunque, verso i quali si provano sentimenti e si sviluppano pensieri generalmente tanto fastidiosi da preferire starne a distanza, oppure avvicinarlo solo per aggredire e vendicare l’offesa ricevuta. Subito l’esigenza è grande: scegliere per fede il fratello, anziché il proprio stato d’animo o le proprie ragioni, come criterio del mio discernimento. Il tutto perché il Signore si è identificato con il prossimo, e non con i miei andirivieni affettivi. Addirittura, il peccatore diviene il piccolo, la pecorella (e non il lupo) da amare e da ricercare a tutti i costi sebbene non voglia. E a cui parlare, apertamente, direttamente, delicatamente ma fermamente, nella verità. La correzione non si fa per indirette o per supposizioni.

E se egli (o ella) non intende ritornare nel gregge della comunità, ci si ingegna con un passo successivo. Si cerca aiuto, confronto e sostegno, presenza e consiglio da chi è saggio, e magari imparziale. Troppo facile confidarsi con chi ci dà sempre ragione. Troppo comune evitare, sotto carrellate di scuse, un ulteriore sforzo di avvicinamento, per il bene del trasgressore. Il desiderio che il fratello resti fratello e si lasci abbracciare vince ancora una volta la delusione e il senso di inadeguatezza nell’amare. Si va, con alle spalle l’appoggio di chi è dalla parte del Signore.

Può fallire anche questo secondo tentativo (di solito lungo e frastagliato, nella sua costruzione). Avviene che non ci si arrende. Il discepolo continua a darsi, optando per coinvolgere la comunità, o chi in essa ha ruolo di rappresentanza. La Chiesa è organizzata per aiutare, e in questo si scopre che si è famiglia, e che la fede non è avvezza ai tribunali. Si fa di tutto, per farsi ascoltare nella correzione verso il bene, mai per svergognare.

Anche l’ultima, estrema soluzione, il prendere le distanze a cui si arriva dopo tutto l’itinerario del cuore, ha per scopo un doloroso tentativo finale per scuotere la coscienza, sperando di ritrovarsi nella riconciliazione. Legare o sciogliere in terra è impegnare il Cielo, e quindi l’esercizio di carità paziente e fedele è questione che pesa sulle spalle del Creatore e Padre. Non va trascurata l’importanza per il peccatore. Ma nemmeno per la Chiesa stessa, e per chi corregge: perché se l’agire è sincero, motivato dalla compassione, durante il percorso si scopre che la ferita è divenuta opportunità per crescere nelle tre virtù teologali.

Capita – paradosso divino – che si debba a questo punto ringraziare chi ci ha procurato l’offesa. Al punto da anelare soltanto che si lasci abbracciare e dire “grazie, fratello, sorella”. Di cuore.

 

Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano