La presenza che perdona

Mt 18, 21-35 – XXIV domenica del tempo ordinario

È probabile che una delle peggiori malattie spirituali che possano catturare il cristiano sia quella dell’“alzheimer spirituale”. Ci si permetta di osare questo accostamento, pensando a quanto faccia invecchiare e soprattutto irrigidire la persona la progressiva perdita di memoria. I ricordi spariscono piano piano, e si entra lentamente in un mondo isolato e inaccessibile: il proprio, e basta.

Accade qualcosa di simile, dal punto di vista della vita dello spirito, quando ci si dimentica soprattutto di ciò che si è ricevuto di bene nella propria esistenza. È il caso del “servo malvagio” (v. 32) protagonista della parabola raccontata da Gesù, il quale in men che non si dica (“appena uscito” [v. 28], insomma sulle scale dell’uscio di casa del padrone!) si scorda di avere ricevuto un dono incalcolabile. I diecimila talenti condonati dal re sono una cifra esorbitante, tale da meritare – nella giustizia umana – una pena enorme per pagare il corrispettivo. Dunque, se il condono è il perdono, nell’immagine un po’ mercantile del racconto simbolico di Gesù, ecco che l’uomo ha ricevuto la grazia di essere liberato da una condizione da cui personalmente non sarebbe mai stato in grado di uscire. Insomma, entra al cospetto del re schiacciato da un peso insopportabile, e ne esce svuotato da ogni incombenza… E tuttavia, se lo dimentica all’istante!

Che cosa dimentica? Di essere stato graziato, cioè di aver avuto come dono un tale scuotimento da potersi togliere dalle spalle, e soprattutto dal cuore, le angosce di debiti contratti da lui stesso in chissà quanto tempo. Così è il paradosso: l’uomo accumula errori, scivolamenti, peccati, e il re (Dio) procura terremoti di grazia per riportare la sua creatura amata alla leggerezza con cui l’ha generata alla vita.

Sembra allora davvero che a noi tocchi sostanzialmente solo il doveroso impegno di fare memoria di eventi e fatti in cui siamo stati perdonati. In realtà, però, pare che questo non basti. Se ci si limita a considerare avvenimenti e situazioni in cui si è percepito di avere sbagliato, per poi essere stati perdonati, possono scattare sottili tentazioni. C’è chi sostiene che in realtà non ricorda momenti precisi in cui sia accaduto, con il rischio di rendere Dio molto simile al vicino di casa con cui si ha litigato senza ritrovare la concordia. C’è chi invece ritiene di ricordare bene, ma di avere sperimentato così tanti episodi da rischiare la depressione: per cui, in fondo, si ritiene ormai fuori da ulteriori possibilità di redenzione. C’è chi poi considera sì di avere sbagliato, ma di avere anche pagato tanto da essersi in fondo meritato il perdono. Infine, c’è chi arriva addirittura a sostenere di non avere bisogno di essere nemmeno scusato, perché non ricorda di avere commesso errori; e se lo avesse fatto, c’era un motivo più che plausibile, sufficiente a guadagnarsi la giustificazione.

Ecco allora che fare memoria non è una ulteriore arte di accumulo. Non si tratta di essere capitalisti, con l’esercizio del perdono, quasi a calcolare e abbinare il numero di peccati e il numero di confessioni. In questa logica, potremmo certamente ritenere assurdo il comportamento del servo malvagio verso il compagno, che gli deve una cifra insignificante, rispetto al debito a lui condonato.

Ma il vero problema è che, qualsiasi sia la cifra, si tratta di fare memoria, cioè di interiorizzare, lo stile del re, il modo di essere del Signore e Dio. Il quale in ogni caso è impregnato di misericordia. Fare memoria, nella logica cristiana, non è un percorrere lontani sentieri del passato per rimanere ancorati a nostalgiche dinamiche di condono. È piuttosto prendere consapevolezza che Dio è qui, adesso, in relazione con me, come Padre amorevole e paziente, e ci rimane a prescindere dai miei comportamenti. Fare memoria è vivere il presente con la coscienza di non essere solo, alla luce certamente di esperienze vissute, ma con una apertura decisiva sul futuro che costruisco qui e ora.

Il servo malvagio della parabola sbaglia verso il proprio compagno perché ha considerato la questione del debito una pura dinamica contrattuale. Tale esperienza può inficiare facilmente il nostro modo di vivere la spiritualità, preoccupati a contare il numero di devozioni e di opere di carità con cui cerchiamo di guadagnarci il Paradiso, anziché puntare lo sguardo al volto del Padre che instancabilmente e in ogni istante ci guarda con premura per spingerci a lasciarci amare e alla conversione. Anche il rimprovero serve a un estremo tentativo di chiamata verso il suo abbraccio.

Fare memoria, tenere vivo il ricordo significa mettere prima il Padre e poi il perdono: conserviamo e facciamo crescere in noi la Presenza di Dio che perdona, più bramosi di stringere una relazione intima con Lui, ed essere così spinti a perdonare i fratelli, piuttosto che angosciati di vedere cancellati i nostri peccati col rischio di chiuderci nel nostro perfezionismo ideologico.

L’arte del perdono è dunque soprattutto arte di consegna, poi di accoglienza. Consegna di noi stessi a Dio, così come siamo e così come Egli veramente è. Non è tecnica di contabilizzazione, e il sacramento della riconciliazione non è “lavatrice” di infrazioni alle norme contrattuali. Ricevere la grazia del perdono, specialmente nella dolce intimità della confessione, è apertura commovente a una cura che ci precede e ci irrora continuamente della benevolenza di Dio. Di questa non dobbiamo mai perdere la memoria. Il ricordo che guarisce è quello del volto amorevole del Padre, presente accanto a me qui e ora.

Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano