L’amore rompe la spirale della violenza

Mt 21, 33-43 – XXVII domenica del tempo ordinario

Il contrasto che esiste nel racconto della parabola dei vignaioli omicidi è a dir poco stridente.

Da un lato, un padrone intraprendente e lavoratore, che prepara la sua vigna con infinita cura, facendo attenzione a tutti i particolari affinché sia preludio di raccolti fecondi. Un padrone che cerca vignaioli e si fida, consegnando loro la propria terra preziosa e allontanandosi, fiducioso del bene di cui essi sono capaci. Un padrone che poi torna, mediante i suoi inviati, a riscuotere il giusto, ma anche a riconoscere il lavoro degli operai, e che di fronte al loro rifiuto si ingegna più e più volte, confidando che, nel profondo del loro cuore, si risvegli quel barlume di rispetto ancora possibile per ogni uomo verso un altro uomo. Il figlio inviato come ultimo tentativo di giustizia svela il vero volto di questo padrone, che è essenzialmente e insistentemente padre, incapace di cedere alla tentazione di vedere perduti per sempre coloro che – lui lo sa – sono chiamati a diventare anch’essi figli ed eredi.

E dall’altro lato, proprio loro, i vignaioli ignari del proprio meraviglioso destino, che rispondono alla fiducia ricevuta con un crescendo indicibile non solo di ingratitudine, ma soprattutto di violenza. La rabbia che esprimono in gesti e scelte sconsiderate, la ribellione a chi insiste nel credere in loro, il progressivo immergersi nel vortice dell’odio e della malvagità nonostante non vi siano motivi reali per giustificarlo, lascia nel cuore un dolorosissimo sapore di amaro e di sconforto. A tanta benevolenza, corrisponde una inimmaginabile aggressività, che si tramuta in un autentico disprezzo della vita dell’altro. Parrebbe persino eccessivo il tutto, se non fosse che gli interlocutori stessi a cui Gesù si rivolge analizzano e risolvono il racconto con lo stesso criterio: per loro, il padrone “farà morire miseramente quei malvagi” (v. 41). Punizione esemplare, accecata da altrettanta violenza.

E forse è proprio questo ciò che suscita in noi la delusione e l’angoscia maggiore: intuire che Gesù sta parlando di una verità. Certamente riconosciamo nella parabola a chiare lettere il dramma dell’umanità, che vediamo ancora oggi ferita profondamente da abissi di conflittualità, dalla mancanza di pace, dalla discordia e a tratti dalla crudeltà. Gesù svela il cuore meschino e violento dei capi di Israele, ma con essi ci sentiamo toccati sul vivo anche noi, che siamo decisamente parte di questo mondo arrabbiato.

Tuttavia, dentro questo coraggio della denuncia vi è un annuncio di speranza più forte e incisivo.

Esso prende il volto di Gesù stesso, che trasforma in verità anche quel padre di cui la parabola stessa tratteggia i lineamenti di una struggente pazienza. Il protagonista nella storia autentica del mondo della novità che cambia le cose è infatti il Figlio stesso, che davvero viene e prende su di sé le sorti della vigna, come pure quelle dei vignaioli. Si fa infatti presenza mite e assume le conseguenze della tragedia, sperando che con l’amore che non si ferma nemmeno davanti all’uccisione del giusto innocente, anche i colpevoli inciampino nella propria assurdità. L’amore debole, che non resiste e cede, è la pietra di scandalo, forte perché non oppone violenza a violenza, ma insondabile misericordia.

Avviene così che si sveli il mistero dell’eredità, ambizione riconoscibile nell’animo di tutti noi, operai della vigna più o meno fedeli, ma accomunati da questo desiderio di accedere al frutto prezioso del lavoro. Possiamo così scoprire dalla realtà della Croce, offerta libera del Figlio per la salvezza dei fratelli, che

Egli stesso è l’eredità, e non solo l’erede.

Egli stesso è il possesso che fa gustare i frutti di bene della vigna, Egli stesso è il tutto che appartiene al Padre, ceduto a noi perché attraverso Lui possiamo scoprirci figli ed entrare in comunione con l’Altissimo. Egli stesso è la sorpresa ai nostri occhi, perché infrange la spirale di odio scegliendo la via dell’amore e così offre la propria carne a farsi mangiare e il proprio sangue a divenire bevanda, doni saporiti, per tutti, del campo della vita.

Se accettiamo di essere fra coloro che bramano di godere il frutto della vigna, a prescindere da quanto in essa abbiamo sudato e faticato, è tempo di correre il rischio di porci a tu per tu con l’Erede, senza cacciarlo fuori dalle mura della nostra esistenza e lasciandoci coinvolgere nella novità di una relazione diversa. Le tracce del suo volto diventeranno le nostre: mitezza, pazienza e benevolenza, implicate nella sfida di ogni giorno, quella di relazioni da ricostruire continuamente per non cedere all’illusione delle cattive maniere. Mitezza, pazienza e benevolenza da diffondere a piene mani, instancabilmente, con la stessa cocciutaggine del Padre, perché questa è l’unica via che nel mondo potrà convertire la rotta, per una umanità a misura della propria dignità.

 

Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano