Mt 22, 1-14 – XXVIII domenica del tempo ordinario

Come ce lo immaginiamo il Paradiso?

È curioso, ma di fronte a questa domanda la maggior parte delle persone non sa dare una risposta. Se poi qualcuno si è già concesso il lusso (o il gusto) di pensarci, senza cedere alla paura di un’idea che attinge necessariamente all’esperienza della morte, generalmente condivide le proprie aspettative, quello che gli piacerebbe trovare, o persino non trovare. Eppure Gesù, sebbene non abbia usato che una sola volta il termine “paradiso” rivolgendosi sulla croce al ladrone pentito e assicurandogli che sarebbe entrato in esso assieme a lui quello stesso giorno (cfr. Lc 43, 23), parla spetto di quella realtà che ama definire “regno dei cieli”. E a Gesù piace parlarne in termini di banchetto, di tavola imbandita, di convivio festoso: un banchetto di nozze! Per la verità, facendo eco a meravigliosi testi che risuonarono in Israele in bocca ai profeti. Solo che per Gesù, la promessa del regno si è compiuta: ora, in lui.

Restiamo per qualche tempo di fronte a questa immagine,

che attinge all’oggettività delle parole del Signore e alla testimonianza dei suoi discepoli. Fa bene al cuore lasciarsi riempire dall’atmosfera, che possiamo respirare ancor prima di entrarci, di un “regno dei cieli” adornato di luci e festoni, colorato del bianco della celebrazione, e soprattutto ricolmo di gioia. Pensare all’al di là in termini di festa e di pranzo di nozze può avere dell’assurdo, se ci fermiamo al modo lugubre in cui noi proponiamo la pur dura esperienza del passaggio definitivo o alla superficialità con cui neghiamo e nascondiamo l’inesorabilità della morte. In cielo, insomma, si fa festa! Se di un posto si tratta (più probabilmente, è una condizione dell’anima), è un posto per nulla noioso!

Probabilmente ai protagonisti della parabola matteana non era familiare il clima gioioso dell’appuntamento eterno con Dio. Per questo, quando nel racconto il re fa preparare il banchetto e invia i suoi servi a chiamare gli invitati, le risposte sono deludenti e persino drammatiche. Vi è l’indifferenza che si alterna alla più cinica ribellione, il rifiuto accanto alla violenza invidiosa. Com’è possibile?

Come si può rimandare al mittente l’invito gratuito e benevolente del re a partecipare alla sua gioia?

Di fatto, sono le nozze del figlio. Gli invitati, dunque, sono destinatari non soltanto di una cura inedita e traboccante, evidente nella premura con cui sono stati preparati i piatti più prelibati e succulenti, ma anche del desiderio del re di farli entrare in famiglia. Al banchetto delle nozze del figlio, infatti, siederanno coloro che diventeranno intimi all’ospite e alla sua vita, come è normale che sia. Viene da pensare che l’eccessiva confidenza del re, anzi – fuori di metafora – di Dio nei nostri confronti, spaventi nella sua sorprendente generosità.

A volte si rifiuta di stare accanto a Dio perché non ci si sente degni.

Ma non è questa, in fondo, una sottile e pericolosa forma di superbia? Quando, assieme agli invitati ingrati della parabola, anche noi mettiamo al primo posto le nostre occupazioni e le nostre preoccupazioni, anziché lasciare tutto per assecondare i desideri di Dio, non stiamo forse suggerendo di ritenerci più importanti noi con i nostri piccoli possedimenti (reali o immaginari) anziché il Signore del Cielo e della Terra? La risposta del re è sconvolgente. L’immagine del suo intervento violento sottolinea (per condannarla) la logica malata degli invitati indegni, ai quali si restituisce con la loro stessa moneta il carattere commerciale e mercantile del loro atteggiamento. Ma poi si passa all’inaudito: perché il Signore manda a chiamare coloro che, agli occhi del mondo, sono ancora più indegni e inadatti a sedere al suo banchetto. Vi è un abisso di distanza tra gli addobbi lussuosi della casa del Signore e la precarietà e la miseria che caratterizzano i crocicchi delle strade. I servi vanno a chiamare quanti non hanno casa, non hanno lavoro, non hanno sicurezze. Ad essi è destinata la festa, ora che si è svelata la logica del regno, nella quale non c’è differenza tra “buoni e cattivi” (v. 10): a tutti è data l’opportunità di entrare a far parte della famiglia di Dio. Soprattutto ai peccatori.

Ma non è finita.

Non si pensi che soggiaccia al tutto una fastidiosa legge della predestinazione, in cui tutta la fatica viene dall’Alto e agli uomini e alle donne di questa terra non sia concesso di optare liberamente per il proprio destino. La parabola racconta ancora del re, che fa visita ai commensali, assorti al gustoso compito di mangiare e fare finalmente festa con il succulento banchetto. E lì trova un invitato che non veste l’abito nuziale: a lui, parole dure, e per lui il gesto pesantissimo di una punizione. Che significa?

Nella cultura ebrea, l’abito della festa veniva consegnato all’ingresso della sala preparata.

Era quindi un dono da accogliere, una attenzione di chi ospitava per i propri invitati. Sembra quindi che quest’uomo abbia preferito entrare per vie traverse, anziché passare per l’ingresso principale, a indicare una sorta di autonomia e di affermazione di sé anche nel momento più bello dell’incontro festoso. Uscendo nuovamente dal racconto, cogliamo che la risposta all’invito di Dio ha sempre un sapore di gratitudine per una benevolenza oltremodo superiore alle nostre aspettative e alle nostre capacità di risposta. E tuttavia, ciò non significa passività e trascuratezza. L’autentica risposta all’amore ricevuto, manifestato intimamente nel desiderio di una relazione tanto profonda da poter essere paragonata solo a uno sposalizio con il Signore e a un entrare a far parte della sua famiglia, si traduce in una altrettanto toccante capacità di donare amore e di inserirsi nelle dinamiche di relazione proprie dei figli e dei fratelli. C’è bisogno insomma di convertirsi all’Amore.

L’abito nuziale di cui l’ospite è rivestito è l’amore stesso di Dio

che abilita a compiere opere degne di Lui. Di fatto, al nostro ingresso in Paradiso, al gioioso convivio eterno, saremo giudicati solo sull’amore. Spogliati di tutto, segnati forse da una vita spesa nei crocicchi e nelle periferie del mondo, ma rivestiti della dolcezza dell’esperienza di un dono ricevuto che aspira solamente di rimanere tale. E così anche il nostro Cielo – come ci insegna la piccola Teresina di Lisieux – lo trascorreremo facendo del bene sulla terra. Che, in altri termini, significa tornare instancabilmente a invitare altri poveri ed emarginati a entrare nella sala e a partecipare del banchetto celeste, per essere insieme famiglia dei figli di Dio. Anche questo fanno i santi del Paradiso.

 

Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano