Date a Dio di essere Dio

Mt 22, 15-21 – XIX domenica del tempo ordinario

L’adagio ormai conosciuto “date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” (v. 21) ci sollecita se non altro a essere buoni cittadini.

Con i tempi che corrono, nei quali la vita civile, sociale, economica e politica è caratterizzata sempre di più da logiche di interesse personale e da chiusure individualiste e nazionaliste, appare più che mai necessario richiamarci alla responsabilità per il bene comune. Non si tratta, ovviamente, soltanto di pagare le tasse dovute (anche se alcune sono davvero ingiuste ed esagerate), ma anche – o almeno – di fare bene ognuno il proprio dovere con senso di rispetto per le leggi e soprattutto per gli altri. Basterebbe cominciare dal linguaggio e dai modi con cui ci si relaziona, negli ambienti pubblici come in quelli istituzionali, fino all’intimità delle proprie case e delle amicizie. Insomma, il solo sguardo alla realtà sociale ci provoca a uno scatto urgente di responsabilità gli uni verso gli altri, nella logica della fratellanza ribadita con autorevolezza da papa Francesco (non sarà certo un caso, purtroppo, se proprio da alcuni ambiti cattolici sono piovute critiche pesanti e addirittura offensive al nostro caro papa, per aver parlato troppo di fratellanza!).

Tuttavia, la luce penetrante del vangelo non può lasciarci soddisfatti con un’esortazione morale o semplicemente pragmatica a comportarci bene. La buona notizia, infatti, scava con lo stile della pedagogia divina, e ci provoca a scrutare le motivazioni, non solamente i comportamenti e i gesti. Sarebbe quindi un errore risolvere la questione di questo controverso episodio distinguendo l’area delle faccende cosiddette umane dagli spazi interessati a Dio o che interessano a Dio.

Di fatto, soltanto se si riconosce che vi è qualcuno più grande di Cesare, e di riflesso quindi più grande di me, di ciascuno di noi, si trovano sufficienti energie per operare per il bene comune anche quando questo valore è disatteso, ignorato, calpestato, addirittura vilipeso.

Dio infatti abbraccia, anzi entra e penetra intimamente ogni realtà umana, con la Sua presenza rispettosa e promovente della libertà e della responsabilità dell’uomo. È grazie al Dio di Gesù Cristo che ogni creatura è vista nella sua intrinseca bontà, e che la più buona fra tutte le creature (l’essere umano) ha scoperto di avere come compito e come possibilità la custodia del creato. È la relazione costitutiva con il Padre di Gesù che ogni persona riconosce la propria indistruttibile dignità di figlia e si alza, a fronte alta, per esercitare il fraterno “dominio” (cfr. Gen 1,28) sugli esseri viventi, secondo lo stesso cuore amorevole del Creatore.

A Dio, dunque, non va dato qualcosa, una parte di sé o alcuni tempi e luoghi della propria vita. Va dato tutto se stesso. Con una peculiarità piuttosto curiosa: dare a Dio significa in realtà disporsi a ricevere. Si tratta, paradossalmente, di dare a Lui la possibilità di …dare a noi. E vi sono due cose che solo Dio può darci: il senso e il perdono!

Il senso, cioè il significato, la direzione, l’orientamento della nostra esistenza, è rivelazione solo di Dio. Il che vuol dire molto, se si pensa che la domanda sul senso nasce spontanea nel cuore dell’uomo, di ogni uomo, ed è ciò che più ci caratterizza come creature umane. I sassi, i pini, gli animali non si interrogano sul senso della vita. E non lo fanno nemmeno i robot, non lo potranno fare mai. È questione di desiderio, non solo di bisogno. Domandarsi sul senso dell’esistere, infatti, è un’esperienza globale, che coinvolge mente, affetto e volontà, che intreccia angoscia a curiosità, fiducia a paura e incertezza. Suscita percorsi e pensieri, indirizza ricerche e invenzioni. Ma la risposta definitiva, totale e totalizzante, che squarcia la nube del dubbio e dell’assurdo sta solo nel movimento divino del venirci incontro e di donarsi a noi. Nel Suo darsi sta il compimento, la scoperta del tesoro e della perla preziosa. Dare a Dio se stessi è quindi in realtà l’apertura a farsi compagni di viaggio con Lui, che si dona a noi.

E poi il perdono, esperienza bruciante che sconvolge la personale comprensione di sé come esseri ambiziosi e presuntuosi, ma costitutivamente erranti e capaci di errori. Sbagliamo, tanto, come limitati e peccatori, e non siamo in grado di accoglierci da soli come tali, nonostante i narcisistici tentativi di autogiustificazione. Perdonare è azione prettamente altruistica, che viene quindi da un altro. Ed è peculiarità di Dio. Il perdono è, in altri termini, salvezza, redenzione, riconciliazione. Parole difficili, che divengono familiari a chi, avendo il coraggio di fare i conti con la propria debolezza anche morale, non fugge e si apre ad accogliere il gesto eterno di gratuita misericordia che il Padre ha compiuto nel Figlio e rinnova continuamente per noi. Gesù ha pagato tutto il prezzo del nostro riscatto dall’insidia originale della superbia. Dare a Dio quello che è suo, allora, vuol dire cedere le armi delle nostre inutili battaglie di eroi solitari senza trionfo, e abbandonarci all’abbraccio senza misure di merito che la Croce ha reso vittorioso per sempre.

Davvero, in Dio non c’è moneta che valga la controparte traboccante di grazia che si riceve!

 

Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano