Fedeltà che vince la paura

Mt 25, 14-30 – XXXIII domenica del tempo ordinario

La paura è una cattiva consigliera, persino peggiore della fretta.

Rischia di creare fantasmi, di frenare risorse, di bloccare i sobbalzi di entusiasmo. Si offuscano i pensieri, con la conseguenza di deformare le percezioni, di sé e degli altri. Il terzo servo della parabola che Gesù racconta compie le sue scelte a partire dalla paura, e combina un disastro.

Difficile dire se viene prima la costruzione di una immagine errata di Dio, definito come “uomo duro” (v. 24), padrone impietoso e severo, persino ingiusto, oppure il sentimento subdolo di panico che porta a nascondere il talento ricevuto e i possibili frutti. Che cosa spaventa quest’uomo, al punto da atteggiarsi come “servo malvagio e pigro” (v. 26), lui che certamente avrà cercato di ottenere un guadagno con il suo comportamento mediocre e pavido?

A volte la nostra mente tende a difenderci dalle minacce percepite proiettando fuori di sé i pericoli che abitano piuttosto dentro l’anima.

Non sembra allora fuori luogo ipotizzare che il servo intraveda in sé una fragilità tale da rischiare di fare una brutta figura di fronte al suo datore di beni. Forse avrà anche avuto modo di sbirciare l’intraprendenza dei suoi colleghi, e nel confronto che suscita competizione si sarà ingelosito al pensare che essi avevano a disposizione più talenti di lui, perché ritenuti più capaci. Il senso di inadeguatezza di fronte alle esigenze della vita è matrice molto profonda che può generare un senso di paura in grado di irrigidire le energie della persona. Ci si auto-valuta indegni e incapaci di sostenere il compito affidatoci, tanto da proteggersi dal rischio che l’altro – specialmente il datore dell’ufficio – chieda conto della gestione. Succede al lavoro, ma succede anche davanti alla vita in sé.

Un circolo vizioso, un meccanismo infausto, spesso causa di tanta rovina nelle relazioni. La paura fomenta un senso di conflittualità e di amarezza nascosta, toglie i colori alle giornate, spegne la fantasia e la creatività.

Cosa fare? Quale percorso per uscirne?

Seguendo le tracce riconoscibili dalla parabola che Gesù racconta, va compreso innanzitutto il coraggioso e bruciante esercizio di verità compiuto dal Signore, il quale asseconda la visione sbagliata del servo presentandosi come duro padrone e giudice inflessibile (cfr. vv. 26-27). Nella gravità delle parole conclusive, cogliamo la serietà della vicenda, l’importanza di non rimandarla a tempi altri, l’urgenza di accorgersi che forse nella nostra vita accade più di quanto pensiamo che proprio la paura condiziona tragicamente il nostro agire. Gesù non fa sconti, con l’intento di smascherare l’inganno. E in questo consegna la possibilità di ritornare all’origine, all’inizio anche della parabola stessa.

Lì notiamo che il Signore, nell’ipotetico viaggio da cui scaturisce la consegna dei propri beni ai suoi servi, si premura di affidare a ciascuno “secondo le proprie capacità” (v. 15). Il che è un atto doppiamente bello: la fiducia che responsabilizza, nel condividere il patrimonio con i propri dipendenti per renderli così alla stregua dei figli, si affianca al rispetto misurato delle potenzialità di ciascuno, senza pretendere o presumere più di quello che ciascuno può dare. Una attenzione pedagogica poco considerata, nelle categorie mercantili odierne, e dentro la quale il terzo servo non sarà in grado di riconoscere la cura paterna del Signore.

Eppure l’antidoto alla paura comincia proprio dallo smascherare le bugie, per poi scavare dentro la verità di noi stessi.

Il radicamento all’identità profonda di noi, la riscoperta di ciò che siamo veramente, compiuta però non a partire da un semplice esercizio di autoanalisi razionalista, bensì dalla relazione fontale con il Signore stesso. Il quale non disdegna di consegnare i propri talenti a chiunque, nella diversità delle vocazioni, ma con la medesima intensità di affetto. Anche perché, in realtà, tutto di Lui si concentra in ogni singolo dono proporzionato ai suoi servi, trasformati dal dono stesso in figli. Ciò in virtù dell’essenza del talento, che ha in ogni caso il DNA dell’amore, visto che solo di questo è fatta l’eredità del Padre.

È dunque Lui il vero Fedele. Fedele a sé e al dono, fedele all’uomo che ama.

La fedeltà di questi scaturisce non tanto dall’impegno moralistico a produrre di più degli altri o almeno il doppio del ricevuto. È piuttosto il riconoscimento di una logica di gratuità e di affidamento che ha un movimento inverso a quello consueto: è da Dio verso di noi il passaggio di fiducia, il coinvolgimento premuroso, l’iniziativa che coinvolge. All’uomo spetta una risposta che è innanzitutto stupore e gratitudine, reali fondamenti della gioia. Ci si scopre importanti agli occhi del Padre, e degni di fiducia per la custodia del creato, ognuno nel proprio ruolo, che è vocazione. Così emerge la consapevolezza di poter affrontare i pericoli e gli ostacoli non con la propria forza, bensì con l’energia d’amore che dal talento stesso si sprigiona. Al punto che, concretamente, esso diventa del servo, e plasma in figliolanza eterna ciò che sembrava puramente deposito temporaneo.

Non si ceda, tuttavia, alla tentazione della… paura!

Anche il servo impigrito dal dubbio avrà l’opportunità del riscatto. Il Signore, infatti, non si fa vincere in traffici d’amore. E con l’intraprendenza inaudita del creativo, sceglie persino di farsi seppellire Lui, nascosto sottoterra come seme che muore, per dare al pavido l’ulteriore chance: se si accorge di essere amato e degno di fiducia anche nella sua fuga, chissà che avvenga che alla fine pure il pigro corra, umile e pentito, a godere dell’abbondanza della gioia condivisa.

 

Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano