La Parola attesa

Mc 1, 14-20 – III domenica del tempo ordinario B

Chissà che cosa avranno provato, i fratelli pescatori di Galilea, a sentirsi invitare da Gesù alla sua sequela, mentre affannati cercavano di cogliere le ultime prede del mattino o piuttosto riassettavano le reti dopo una notte di fatiche e delusioni. Chissà che cosa si aspettavano da questo Rabbi venuto da Nazareth, dopo averlo probabilmente già incontrato giù, nella valle del Giordano, in fila, egli come loro, tra i penitenti discepoli del Battista. Non è da escludere che l’incontro nella dimora del Maestro, alle quattro del pomeriggio, raccontato da Giovanni (cfr. Gv 1, 35-43), proprio uno dei protagonisti, fosse accaduto prima della chiamata lungo il mare di Galilea. Forse per questo nel cuore di questi uomini abituati al sudore era rimasto il dolce ricordo di una intimità agognata e sorprendente, preludio della prontezza di andare “dietro a lui” (v. 20).

Insomma, la Parola di Gesù cade, come seme fecondo, su un terreno preparato, e soprattutto proteso verso una attesa, desideroso di un di più, intuito ma non ancora riconosciuto, intravisto e per questo affascinante e misterioso. Gesù chiama: “Seguitemi”, che vuol dire “Venite dietro a me”. Ed è questa la Parola, che risuona grata e luminosa nell’ordinarietà della vita dei pescatori, dentro il loro normale contesto lavorativo.

La Parola del Figlio dell’Uomo diventa Parola di Dio.

È Parola che interpella, che spinge a muoversi, a lasciare l’abitudine. Non si può restare uguali a prima, quando essa intercetta la nostra quotidianità. La Parola invita al cammino, che significa uno spostamento di riferimenti e di orizzonti. Per qualcuno, come per i primi discepoli, si tratta di un movimento fisico, che implica un abbandono del da farsi per dedicarsi ad altro. In noi può innestare un processo di cambiamento nel modo di pensare, che è poi la logica della conversione. In greco si dice infatti metànoia, che indica la modifica del nous, del pensiero, della logica nel ragionamento. La Parola, insomma, obbliga a un cambio di prospettiva nel leggere il mondo, nel guardare alla propria storia, nel comprendere anche se stessi.

La Parola, infatti, è relazione.

Già di suo, essa presuppone un incontro e un dialogo. In Gesù, Dio cerca l’uomo per stabilire un rapporto, e con la Parola chiede di poter interagire l’uno con l’altro. Dio è interessato a noi. Dio esce dall’isolamento (se mai può esserci stato) e sollecita la sua creatura a fare altrettanto. Così la Parola è indice dell’immensa dignità consegnata a noi, perché siamo abilitati a stare faccia a faccia con l’Onnipotente. Di fatto, Gesù invita a seguire lui, non a camminare come monadi solitarie ed eroici avventurieri per sfidare le intemperie del mondo.

La Parola è quindi sempre comunitaria, e l’imperativo della chiamata lo manifesta con evidenza. Gesù chiama due coppie di fratelli, e al plurale li interpella a venire con Lui. Il seme del Verbo ha necessariamente una dimensione fraterna, perché la reciprocità svela gli inganni, smussa gli spigoli, impedisce di cadere nei tranelli dei virtuosismi lessicali e di svuotare di contenuto i termini. La Parola, nel Vangelo, è sempre esperienza, evento che si compie, azione di salvezza che realizza ciò che dice, e questo viene custodito nella verità quando è vissuta dentro la comunità. La Chiesa, dunque, con le sue umanissime fragilità relazionali, è lo scrigno che garantisce il proseguo di un’opera di liberazione dall’egoismo e dall’autoreferenzialità, alla quale è deputata la Parola.

Ancora: la Parola impregna di significato l’esistenza.

Non rifiuta la vita, non sminuisce la ferialità, non disdegna le piccole cose. Piuttosto, le colma, le riempie di senso. È la compiutezza del Regno annunciata da Gesù (v. 15), ed è la risposta alla grande sete dell’umanità e di ogni persona, smarrita per i sentieri del mondo perché sgonfia di valori e di dignità. La Parola restituisce all’uomo la capacità di alzare la fronte e di non rannicchiarsi sopra i rammendi delle reti di rapporti feriti, perché riscopre di essere fatto per altri orizzonti. La Parola dà un senso al nostro esistere, e permette di ascoltare le domande più profonde senza paura, perché non siamo soli nel perseguire una meta. La Parola è pienezza di significato, e quindi anticamera della gioia, perché non si limita a un suono vano ma si incarna nella persona del Signore.

La Parola di Dio, allora, è veramente Vangelo, cioè Buona Notizia.

Credere nella Buona Notizia (cfr. v. 15) non vuol dire accettare l’incognita del futuro o i tratti dell’ignoto in maniera fideistica e passiva. Credere nella Buona Notizia vuol dire porsi nel luogo che Gesù ci ha proposto, a noi come ai pescatori di Galilea: dietro di Lui, sulle sue tracce. La Parola è arte di posizionamento! Stare lì, al passo del Maestro e Signore, significa scoprire di non essere inutili e abbandonati, bensì importanti agli occhi di Lui, al punto da non poter arretrare nel meraviglioso viaggio dell’esistenza. Significa permetterci di andare anche se non è tutto chiaro, perché la strada è aperta da Lui, rinunciando all’ansia di controllo che a volte ci fa correre imprudentemente avanti, rischiando di diventare ‘scandalo’, pietra di inciampo per l’Amante.

Nella mistica esperienza del Vangelo, Parola viva donata alla nostra esistenza, siamo chiamati anche noi a diventare quello che siamo – come i pescatori, che restano tali, ma orientando la fatica ad anime bramose di salvezza piuttosto che ad animali da grigliata – nell’indicibile mistero della trasformazione del cuore, nel quale resta scolpita la Legge Nuova dell’Amore.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano