Un corpo che prega

Gv 2, 13-25 – II domenica di Quaresima B

Gesù sale a Gerusalemme, entra nel tempio santissimo, e “lo zelo per la casa del Padre lo divora” (cfr. v. 17)! È “l’ira di Dio” (Sal 77,10), passione per le cose sue, ardore per quanto Egli ritiene irriducibilmente importante. Di che si tratta? Di muri, di pietre, di pareti? Di luoghi ed edifici? Certamente no!

Se torniamo con la memoria alla Sacra Scrittura, scopriamo che “la Casa” che Dio stesso ha voluto per sé, ed ha promesso come eredità al suo servo Davide, è la sua stessa generazione, il suo popolo (cfr. 2Sam 7, 10-16). La Casa di Dio è il popolo dei suoi servi. Dio è geloso del suo popolo, e lo difende sempre, schierandosi dalla sua parte soprattutto quando è oppresso e perseguitato. Non è altro che il germogliare fedele e fecondo della semina delle origini, quando Dio stesso “ascoltò il grido del suo popolo e se ne diede pensiero” (cfr. Es 2,24-25).

Dio si infiamma, dunque, per custodire i propri figli e trattenerli in un rapporto amoroso con sé.

Ne va della loro vita, della nostra vita. Rimanere attaccati alla fonte, senza mercanteggiare i talenti ricevuti in dono, è questione di vita o di morte. Dio lo sa. Gesù lo sa, perché Egli è intimo al Padre, ne ascolta parole e premure, e le fa proprie. Gesù penetra e aderisce alla volontà del Padre, fino alle estreme conseguenze, così che la sua passione pasquale non sarà altro che l’espressione massima di questa focosa passione per la Casa.

Che non è il tempio di pietre e di roccia, non primariamente almeno (nulla toglie che una pietra possa conservare il misterioso segno di un passaggio di carne e di spirito, come nelle straordinarie vestigia delle cattedrali del passato).

È piuttosto il tempio di corpo e spirito, che è Gesù stesso, l’Erede promesso.

E in Lui tutti i membri del corpo unico che è la Chiesa. La Chiesa, nuova comunità convocata ad abitare il tempio, a dimorare nella tenda, e a farsi così Casa e Dimora, è il Corpo mistico del Figlio che continua la Sua missione nel mondo.

In Gesù, Dio Padre è preoccupato di proteggere il dialogo interiore della Chiesa con Lui, perché da questo dialogo deriva la vitalità di una missione di offerta e di passione per il bene di tutta l’umanità. Il dialogo con Dio è preghiera. Gesù mostra, con il suo gesto eclatante fra i mercanti del tempio di Gerusalemme, che la vita di fede, e la religione con essa, è conservata dalla cura della preghiera. Chi prega, vive in Dio. E rimane in vita, o addirittura torna alla vita, se l’ombra della morte ne ha attraversato le arterie. Risorgere a vita nuova è conseguenza di un legame di preghiera. Che sostiene anche i corpi piagati, lacerati, scartati. E rende solidali con essi.

Gesù si preoccupa del tempio, ma non del fuori, bensì del dentro.

Si preoccupa dei cuori: è da lì che escono le scelte sbagliate dell’uomo. Ma soprattutto le scelte giuste. Si preoccupa di mantenere casto lo spirito che anima il corpo di ogni uomo e donna, sollecitando l’attenzione a non spegnere il desiderio di infinito. Il commercio appiattisce lo spirito. La gratuità del dono è il linguaggio dell’Eterno, e di questo abbiamo bisogno di colmare i minuti e le ore della nostra preghiera.

Gesù, traboccante testimone della gelosia del Padre per i propri figli amati, mostra come sia necessario ordinare e custodire una prassi di intimità nello Spirito per evitare che l’insidia dell’idolatria violi il corpo che prega. Si può trasformare anche la liturgia, come pure la propria personale orazione, in una autocelebrazione, in una sorta di egolatria. E di conseguenza si diventa ciechi davanti ai corpi bisognosi dei fratelli, membra vive dello stesso Corpo.

Così abbiamo bisogno di spogliarci, di ritrovare l’essenzialità di una Presenza.

Celebrazioni sobrie e spazio fedele alla Parola, perché sia nutrita l’anima di ciascuno e l’anima della comunità, sono vie urgenti e quanto più necessarie perché all’umanità sofferente giunga il messaggio consolatore della salvezza. Non temete – grida il gesto di Gesù –: abbattere muri e banchi di rivalità e di compravendita spirituale è soltanto un passaggio salutare per ritrovare la verità del legame che salva.

Nella preghiera di un cuore e di un corpo casto, personale e comunitario, dimora la gioia di una vita ritrovata. Nel corpo che prega, corpo battezzato, corpo ecclesiale, corpo semplicemente umano, giace la possibilità che la debolezza non resti sepolcro, bensì tempio di vita risorta.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano