La gloria di Dio in un seme

Gv 12, 20-33 – V domenica di Quaresima B

La gloria di Dio ha la misura di un piccolo seme.

Di un seme di grano piantato in terra. La gloria di Dio, che gli uomini desiderano vedere, forse con l’ambizione di scalare così il cielo, è issata su di una croce. Anch’essa è piantata per terra, come una trivella che scava il solco per il seme. La gloria di Dio viene messa in bella mostra sopra un patibolo, che sembra porre fine alla vicenda terrena. Il seme e il condannato muoiono; per entrambi si compie la fine.

I greci, come i discepoli, si interrogano su come il Maestro, presumibilmente riconosciuto come Messia, possa condurli a salire di grado nella conquista degli onori della vita. Noi siamo come loro, come tutti gli uomini e le donne di ogni generazione: in fondo, cerchiamo la gloria di Dio per salirgli sulle spalle ed essere visti noi. Abbiamo bisogno – è naturale, nulla di peccaminoso, almeno in origine – di essere notati, guardati, e poi applauditi, forse ricordati. Niente di meglio che approfittare della presenza dell’Altissimo per raggiungere le alte vette della gloria.

Ma la gloria di Dio è un capovolgimento, rispetto alle attese umane.

Il Figlio di Dio e Figlio dell’uomo accetta di essere innalzato soltanto perché il palo della croce è ben sprofondato nella terra, anzi sottoterra. Senza mai separarsi dalla logica e dalla volontà del Padre, Gesù percorre la via del seme, che necessita di un solco per adagiarsi e morire in pace. Così il Maestro si prepara: per realizzare la missione di Salvatore è necessario adagiarsi e morire. In pace. O meglio, donando la pace.

Perché la pace è Gesù stesso, il Figlio che ama servendo.

Egli è l’amore, che si impara seguendolo e inerpicandosi per lo stesso viottolo dell’abbassamento. Egli si riveste della gloria del Padre, che non esita a farla risuonare potente con la Sua voce che viene dal cielo, spogliandosi di ogni residuo di vanagloria e di ambizione terrena. Si lascia seppellire nudo, coperto soltanto dalle ultime fasce di Madre e di fratelli compassionevoli, quasi come preludio a un nuovo vagito di vita che da lì, dal sepolcro, ritornerà a gridare.

La gloria di Dio ha la capacità di avvolgere e allo stesso tempo di raccogliere tutte le esperienze umane.

Anche quelle trascurate, rifiutate, evitate, perché non quadrano con la prospettiva appariscente delle aspettative del mondo. Per noi essere umani, la fragilità e il limite, in ultima analisi la morte, sono confini troppo stretti per riconoscervi dentro uno spazio sufficiente a essere visti per sempre. Così cerchiamo la gloria nel successo di opere e gesti, che speriamo rimangano impressi almeno nella memoria dei nostri cari, o nelle pagine dei giornali (oggi così volubili pure esse, sostituite da vacui files digitali).

Gesù manifesta con chiarezza, alla vigilia dell’ultima cena pasquale, che per Dio nulla va perduto, e che la vita vera, cioè eterna e piena, germoglia esattamente dai luoghi della nostra indicibile debolezza. Gesù imprime così, con la sua morte salvifica, lo Spirito nei cuori di tutti, rendendo reale il nostro desiderio, perché rende indelebile il nome che ci appartiene. All’ombra della croce, da cui ci lasciamo attrarre, per piegare anche noi le ginocchia verso i solchi dell’umile spogliazione, troviamo custoditi come in un grembo gravido i nostri sogni di felicità.

Guardando meglio, cogliamo che la gloria di Dio è piantata proprio nella terra dei nostri cuori.

Lì si conficca l’amore estremo della croce. Lì scava il solco della sepoltura il corpo esanime del Figlio. Lì diventa seme e morendo germoglia, cresce e porta molto frutto. Proprio come avevano promesso i profeti, prestando voce a Dio: il cuore di ciascuno è la terra, il campo, il solco dentro il quale si adagia in pace il Figlio amato e risorge, conformando la nostra interiorità alla Sua figura di servo.

Certo, vi è una logica di sofferenza, una necessaria prossimità al dolore, per poter accedere alla sconvolgente vittoria del Risorto.

Ma è doveroso dirci la verità: se fuggiamo dal dolore ai primi passi del cammino, vi cadremo dentro dopo, come in un baratro che risucchia nel nulla la nostra innata vocazione alla vita e alla gioia. Vale la pena, quindi, non negare l’evidenza, e scegliere piuttosto di sprofondare – noi sì, con ansia di pace e di consolazione – fra le braccia aperte e il petto squarciato di Colui che, facendosi seme, in realtà ci ha permesso di diventare piante vigorose e feconde.

Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano