Mc 5, 21-43 – XIII domenica del tempo ordinario – Anno B
L’intreccio di volti e di racconti che riempiono vivacemente il racconto di Marco ha in fondo un unico scopo: mostrarci che Gesù è veramente il Signore della vita, e della vita di tutti.
Le protagoniste sono le donne, una adulta provata da dodici anni di malattia umiliante, che rende impura e impedisce di diventare madre; l’altra fanciulla, dodicenne a cui la morte ha sbarrato la porta d’accesso alla maturità, quando si può ‘metter su famiglia’. Accanto a quest’ultima c’è anche la madre, che immaginiamo provata dalla tragedia di veder partire prematuramente la figlia bambina. La fragilità, che diventa impurità religiosa ed emarginazione sociale, espressa nel dramma delle perdite di sangue, dove si pensa dimori l’energia vitale, per queste donne è causa di anticipazione della tragedia della morte.
Ma non è soltanto l’esistenza terrena a essere trasformata in fallimento, ad essere deformata fino a scomparire nel buio della morte.
È ancora di più la capacità di fare della vita stessa un dono e di generare altra vita, ciò che il testo esprime come il grande trauma delle sue protagoniste. Perdere sangue e lasciare questo mondo alle soglie della maturazione femminile significa non poter generare. Ed è l’infecondità la condanna dei mortali, noi che vorremmo lasciare una traccia di continuità in questa storia, percependo ben presto con chiarezza che comunque il nostro passaggio sulla terra è rapido e spesso leggero.
Così le donne diventano improvvisamente tanto prossime a Giairo, l’unico personaggio di cui consociamo il nome (oltre a Gesù), e che assume un ruolo, dei connotati, delle caratterizzazioni temperamentali tanto significative. Giairo è un uomo, maschio premuroso e persona di fede, che non rimane imbrigliato nelle tradizioni legalistiche e nelle norme determinate dalla sua responsabilità di capo.
Giairo è soprattutto un padre, colmo di tenerezza e desideroso di fare tutto il possibile per ritrovare la gioia della fecondità.
Essere madri e padri: questa pare sia la misteriosa e affascinante vocazione a cui il Signore ci ha chiamati. Generare vita donando la propria vita sembra essere l’unico vero sentiero per dare senso al nostro pellegrinaggio terreno.
Gesù lo sa bene. Ma sa anche che per vivere questa esperienza – da tutti noi desiderata, anche se a volte temuta e quindi rifiutata – prima di tutto è necessario tornare a fare esperienza di essere generati. Solo a chi riconosce di essere debole, povero, mortale e di non poter sconfiggere la tirannia della morte da solo, il Signore della vita può restituire la meravigliosa esperienza di trovare qualcuno su cui poggiarsi per tornare a vivere.
Siamo invitati a riscoprirci tutti figli e tutte figlie, bisognosi di un tocco, di una parola che solamente il Figlio, nostro fratello, può delicatamente e potentemente offrire. L’atteggiamento che ne consegue non è remissiva passività, ma fiducioso abbandono, che scuote la vergogna e riporta al centro l’essenziale: una relazione di autentica reciprocità, condizione necessaria per l’amore.
Lasciarci dare la vita, soprattutto nella profondità dello spirito, significa, per contagio, imparare a essere madre e padre, con la stessa sconcertante gratuità di chi con noi si è voluto fare solamente e totalmente offerta di passione.
Padre Luca Garbinetto
Pia Società San Gaetano