Carissimi,

il 24 maggio 1941 la nostra Opera muoveva i suoi primi timidi passi. Ottanta anni di vita, un tempo di grazia nel quale leggiamo ammirati la costante presenza amorosa di Dio.

Don Ottorino viveva il suo primo anno di sacerdozio nella parrocchia di Araceli, dove donava con generosità e creatività tutto il suo entusiasmo giovanile. Lì il suo “fuoco apostolico” era diventato una marea di iniziative ammirate da tutti.

Malgrado però le giornate sature di attività, al suo cuore innamorato del Signore non sfuggirono le situazioni di povertà umana e spirituale di tanti ragazzi e giovani abbandonati a se stessi, che non avrebbero mai oltrepassato la soglia della parrocchia. La loro povertà fu per don Ottorino una chiamata di Dio. Ed è partito, uscendo dagli schemi pastorali consolidati. Approntò una specie di laboratorio sotto il palco del teatro parrocchiale e lì accolse alcuni ragazzi, togliendoli dalla strada, con l’intento di dare loro una famiglia e un futuro sereno. Era un’avventura, che lui stesso definiva da matti.

“Cominciare un istituto, diceva, con un insulso di pretino: impossibile, impossibile! Come si fa? «Maria Santissima, che ragazzino!», ha detto una signora vedendomi. Come si può dare da mangiare a cinquemila persone con pochi pesci e pochi pani? Impossibile, impossibile! Non bisogna mai rifugiarsi dietro la parola ‘impossibile’…”.  

Da dove gli veniva questa sicurezza? Dalla certezza che Dio sa fare cose meravigliose solo con la povertà di chi si fida di Lui. E lui, consapevole di essere povero, contava tutto su Dio. E ha piantato un piccolo seme, l’ha innaffiato, potato, curato. Ora quel seme è diventato pianta ed ha la potenzialità di diventare foresta. Dipende da quanti, sull’esempio di don Ottorino, si faranno seme e si lasceranno “morire” invasi totalmente dal Sole dello Spirito di Dio.

Celebrare quindi l’inizio dell’Opera significa credere che Dio, come aveva un sogno su don Ottorino, continua a sognare su ciascuno di noi e su tutta la nostra Famiglia e ci chiama per essere presenza simpatica del Vangelo nel cuore di una società che sta eliminando Dio come un sopramobile obsoleto.

Impossibile? È vero che siamo solo una barchetta in balia delle onde nell’oceano in burrasca, ma proprio per questo Dio farà con noi grandi cose, perché appaia che è Lui che fa, e noi siamo solo un povero pennello nelle sue mani di artista, che produce a ripetizione capolavori nella “povertà” dei suoi servi.

Un giorno il parroco, vedendo la sua tenacia nel dare inizio a un’opera a suo avviso impossibile, gli prese la mano, l’annusò e disse: “Sento ancora il profumo dell’unzione sacerdotale. Ti passeranno presto queste fantasie.” Il profumo delle sue mani consacrate è passato invece a tante altre mani, si è sviluppato e continua a dare frutti.

Il DNA di questa meravigliosa avventura voluta da Dio è sempre lo stesso, anche se le modalità di incarnazione continuano ad adeguarsi ai tempi e alle circostanze. Cambiano i giovani, cambiano le povertà, cambia la società, ma sempre uguale è la sete di amore e di attenzione. Sempre prepotente in tutti è il bisogno di fare famiglia. Non c’è persona che non desideri sentirsi amata, stimata, accolta per quello che è. Dare una risposta a questo è il cuore del messaggio che don Ottorino ha trasmesso con la vita e con la parola. Questo è il carisma della nostra Famiglia.

Grazie, Signore.

Don Venanzio Gasparoni