L’attrazione dei figli

Gv 6, 41-51 – XIX domenica del tempo ordinario – Anno B

“Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato” (v. 44).

Pare strano, questo Padre che condiziona la possibilità di nutrirsi del “pane disceso dal cielo” (v. 41) alla sua deliberata volontà di attirare o meno un figlio a lui. Pare addirittura capriccioso, se non persino cinico, un Padre che esercita una selezione a favore di alcuni e a scapito di altri, come se qualcuno fosse bisognoso di mangiare del “pane della vita” e qualcun altro no.

Con quale criterio? Perché ci sono persone che sentono l’attrazione verso Gesù e altre no, attrazione che – dalle parole stesse del Maestro e Signore – sarebbe determinata dalla decisione di Dio Padre di suscitare o meno in esse il desiderio del Pane di Vita? Detto in termini più esperienziali: perché alcuni fra gli uomini e le donne del mondo sentono l’anelito a conoscere e incontrare Gesù, a cercare e raggiungere Dio, a praticare e vivere la fede nella Chiesa, mentre per altri queste realtà risultano quanto meno lontanissime se non addirittura superflue? E parliamo di uomini e donne di buona volontà, non di delinquenti o di imperterriti egoisti…

Dalle parole di Gesù, tutto sembra dipendere dalla decisione di Dio stesso, che susciterebbe o meno nel cuore delle persone quella intima nostalgia di Lui, scintilla che accende il fuoco della fede.

È proprio così? Cosa significa quel “se non lo attira il Padre”?

Proviamo a capovolgere la frase: “Nessuno può venire a me, se non si sente attirato dal Padre che mi ha mandato”. Il soggetto ora diventa quel “nessuno” a cui Gesù si rivolge, quell’uomo medio che fa parte della folla di giudei con cui interloquisce in questo immenso capitolo 6 del vangelo di Giovanni. Una folla dentro la quale possiamo riconoscere ciascuno di noi. Nessuno e ciascuno, insomma.

Sentirsi attirato dal Padre è condizione necessaria per muoversi alla ricerca di Gesù, pane che nutre una fame, quindi una mancanza, una nostalgia. Ma per sentirsi attirato dal Padre, da un qualsiasi padre, è necessario sapere di essere figli, o ancor più desiderare di riscoprirne la dimensione vitale. I giudei sanno di essere figli di Abramo, ma non si sentono né vivono da figli. Presumono piuttosto di possedere già l’eredità, la “parte di patrimonio che ci spetta” (cfr. Lc 15,12). Quando un figlio si appropria di ciò che gli spetta, non ha più necessità del padre. Quando un figlio esercita dominio e potere sull’eredità, il padre diventa un peso, addirittura un fastidio.

In altre parole, Gesù sta invitando i suoi ascoltatori – e noi con loro – a riscoprirsi figli…

…senza presumere di essere già padri, cioè proprietari della propria vita (…e della vigna – cfr. Lc 20, 9-16). Perché in realtà l’eredità che il Padre celeste dona ai suoi figli è proprio la vita stessa, di cui Egli è la fonte continua e la meta ancora non raggiunta, almeno su questa terra. Chi pretende di staccare la spina del proprio rapporto con Dio è come un figlio che uccide il padre e vive da orfano senza avere il coraggio di dirselo.

Ecco dove sta il punto nevralgico: per Gesù è urgente che i giudei, e ogni uomo e donna che percorre la via di questa esistenza, ritornino ad ascoltare l’intima nostalgia di un rapporto con il proprio Padre, che non è possesso né presunzione di diritti né pratica di doveri, bensì un dilatare di desiderio per ricevere ulteriore potenza di vita. Dio Padre non vede l’ora di condividere insistentemente la sua eredità, il “suo che è già nostro” (cfr. Lc 15,31), la sua gloria che ci unisce mediante il Figlio (cfr. Gv 17,22), ma per farlo è inevitabile che i destinatari di tanta ricchezza – noi, suoi figli – restino collegati a Lui.

Gesù è il legame. Perché Gesù è il Fratello maggiore.

Ma è anche l’erede che si fa eredità. È colui nel quale la nostalgia, che è fame e sete di vita, viene nutrita e corrisposta. Gesù ci permette di vivere da figli senza più l’ansia di dover eliminare il Padre per poter essere felici della nostra esistenza. Perché la vita non è fonte di gioia se la si controlla e domina – presunzione per altro destinata al fallimento. Piuttosto, essa è sorgente che zampilla e scorre vivace nella misura in cui la si riceve costantemente da chi ce la dona. Vivere da figli è il segreto della gioia: scegliere di restare dinamicamente ancorati alla relazione originante, nella quale scopriamo di essere trasformati, senza merito né conquista, nello stesso Figlio Gesù verso il quale siamo attratti.

L’alternativa risulta ogni altro rapporto di dipendenza più o meno consapevolmente mortale, che si sostituisce inopportunamente al vincolo fontale con il Padre. Perché noi siamo fatti così: se non andiamo all’originale, ci accontentiamo senza accorgerci dei sostituti (gli idoli), i quali, però, anziché donarla, la vita la succhiano.

C’è da evitare, quindi, di sentirci troppo sazi. Probabilmente la svolta della gioia e della fede si compie quando restiamo coraggiosamente dentro l’inevitabile precarietà di desiderare e chiedere al Padre la costante delicatezza di prendersi cura di noi suoi figli. Adulti, maturi, responsabili: ma pur sempre figli!

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano