La insegnante Roberta Peloso che con il nuovo anno ha assunto il suo incarico come direttrice traccia una immagine della scuola con il cuore e lo sguardo rivolti direttamente ai ragazzi sui quali è necessario continuare ad avere lo stesso cuore e lo stesso sguardo di don Ottorino

“Con Cristo nel cuore, nella famiglia, nel lavoro” questo era il motto di Don Ottorino, a questo si ispirò quando nel 1940 iniziò l’opera proprio con la creazione dell’Istituto San Gaetano, dove venivano accolti giovani orfani e abbandonati, giovani che necessitavano di una guida che li conducesse lungo il tortuoso sentiero della vita.

Don Ottorino aveva pensato proprio agli “ultimi”, ai ragazzi che si trovavano in difficoltà, e aveva insegnato loro un lavoro, offrendolo come opportunità di riscatto, di promozione e di liberazione, avviandoli a inserirsi nel mondo del lavoro.

 

L’intuizione di don Ottorino è viva

Anche oggi, a distanza di ben 80 anni dall’ispirazione di Don Ottorino noi comunità di educatori dell’Istituto San Gaetano sentiamo viva e attuale questa intuizione.

I ragazzi che frequentano la nostra scuola oggi, talvolta, vivono una povertà non economica, ma affettiva perché le famiglie sono assenti o non si curano dei loro problemi.

La frase “…mai nessuno mi ha voluto bene…”, detta a don Ottorino da un giovane che aveva diciotto anni e che per ben diciassette volte era andato in carcere, noi educatori dell’Istituto purtroppo l’abbiamo colta dalle parole di qualche ragazzo oppure intuita da qualche atteggiamento e comportamento che risultava incomprensibile, ma che spesso celava un disagio familiare e sociale importante.

Le sfide più dure che ci troviamo ad affrontare sono proprio nel gestire queste situazioni che spesso sono “in salita”, che ci mettono alla prova non solo come educatori, ma anche come uomini e donne. Spesso i ragazzi che sentono forte il disagio familiare trovano all’interno dell’Istituto delle persone pronte ad accoglierle, ad ascoltarli.

 

Costruire con i giovani rapporti di fiducia

Non è un percorso facile, cerchiamo giorno per giorno di costruire con i giovani un rapporto di fiducia e talvolta dobbiamo accettare anche qualche insuccesso.

Mi capita, nei momenti più difficili, di pensare ad un altro motto di don Ottorino che è stato anche incorniciato all’entrata della nostra sala accademica: “Fosse stato anche per uno solo di voi ne sarebbe valsa la pena”.

Ognuno dei nostri ragazzi è unico, è importante, e noi dobbiamo cercare di dare loro un posto nella società e questo è possibile farlo solamente attraverso il lavoro.

La nostra scuola, infatti prepara i ragazzi in soli tre anni al mondo del lavoro.

Il tempo a disposizione per formare innanzitutto degli uomini e donne ma anche dei bravi lavoratori, è davvero breve, ma l’attività laboratoriale che i nostri ragazzi svolgono e le esperienze “sul campo”, tramite gli stages aziendali, che hanno la possibilità di fare in questo arco temporale, permettono di ottenere risultati davvero soddisfacenti.

Non dobbiamo insegnare solamente ai ragazzi un lavoro, ma anche “come si fa a lavorare”.

Alle attività dei nostri laboratori, in cui i giovani imparano a saldare, a lavorare alle macchine utensili, a cucinare, a servire i clienti, a costruire un impianto elettrico, a riparare un’automobile, a stampare o creare prodotti grafici, affianchiamo un’importante percorso legato all’educazione, al rispetto degli altri, al rispetto delle regole.

Penso che questa sia veramente la chiave del successo ai giorni nostri. Si parla spesso di Soft Skills, di competenze trasversali. Ecco, dobbiamo insegnare ai ragazzi “come si lavora”, dobbiamo insegnare loro che è importante essere educati, ascoltare gli altri, essere disponibili, ma anche cose semplici come essere puntuali, rispettare le regole.