Parola dura, parola che salva

Gv 6, 60-69 – XXI domenica del tempo ordinario – Anno B

“Questa parola è dura!” (v. 60) …o è duro il nostro cuore?

La durezza è caratteristica di chi non ha fede, di chi non crede. È il popolo dalla “dura cervice”, è il cuore di pietra che necessita di essere trasformato in un cuore di carne.

Ma chi è irrigidito nella propria incredulità, tende a non riconoscere ciò che riguarda se stesso – il che sarebbe già un passaggio di umiltà, e quindi un intenerimento del cuore – e ad attribuire la responsabilità a chi sta fuori. Così, la Parola di vita che Gesù dona ai suoi discepoli è per i giudei ‘inascoltabile’. Lo diciamo anche noi, comunemente: ‘non si può sentire!’, e ci riferiamo a cosa inverosimile, da non credere, poco realistica se non addirittura paradossale.

Così sembra risuonare agli orecchi di questi uomini il discorso di Gesù. È un momento cruciale, è un passaggio decisivo, non solo per la vita del Maestro, ma soprattutto per la scelta di chi vuol essere discepolo. “Volete andarvene anche voi?” (v. 69) è l’appello accorato del Signore ai suoi.

Ma per lasciar depositare in noi con verità questa domanda fondamentale, è necessario tornare all’esclamazione iniziale: “questa parola è dura!”.

Perché? Cosa rende ‘non ascoltabile’ la Parola di salvezza?

È dura perché non è una parola che può semplicemente essere udita, per poi continuare a vivere da spettatori – magari non paganti – lo spettacolo della religione. I giudei sono scossi dall’esigenza racchiusa nel discorso del pane disceso dal Cielo per essere mangiato, che Gesù identifica con la propria carne. Si deve mangiare di Lui per poter entrare nella vita divina. È un invito quindi a una relazione intima, a un coinvolgimento che impegna, a un rapporto di reciproca consegna. Per considerarsi prossimi al Dio della vita, non basta più una vita apparentemente fedele segnata da riti e pratiche esteriori, da conoscenze intellettuali ed esercizi moralistici di pietà. La garanzia di essere nati dentro il popolo eletto, inteso più come una élite di privilegiati anziché un germe di vita nuova, non può più reggere e le appartenenze di sangue e di discendenza non assicurano il Regno dei Cieli.

Non possiamo accontentarci più di un vissuto legato al culto e al sacro, come se fosse gradito a Dio, allontanando dal nostro impegno una seria conversione di vita e un autentico rapporto di dialogo e fiducia con Gesù stesso. È il suo sangue a farci diventare membra del suo Corpo, che è la Chiesa. Ciò implica responsabilità, affidamento, costante docilità a lasciarsi assimilare al suo modo di essere. Tutto questo è duro! Scava dentro e comporta insistenti e pazienti percorsi di trasfigurazione, di cui Egli è l’artista e noi la materia grezza che progressivamente va modellata secondo la volontà del Padre.

Ogni atteggiamento apparentemente neutrale e distaccato, ogni frattura tra il vissuto e il celebrato, ogni postura interiore di superiorità e di giudizio – tutte dimensioni che si attirano l’una con l’altra negli uomini e donne pseudoreligiosi di ogni tempo – sono definitivamente denunciati come falsi, ipocriti e soprattutto estranei all’agire di Dio.

È dura, quindi, la parola.

Ma lo è anche perché tutto questo si radica nella realtà di un Dio che non combacia più con le immagini a cui i giudei sono abituati. Il Dio onnipotente e distante, che ha uno sguardo di predilezione per i discendenti di Abramo, lascia il posto al volto misericordioso e all’abbraccio universale dell’Abbà di Gesù, Padre di tutti i popoli. È il Dio incarnato, che assume la natura umana per restituirle la dignità delle origini e ne percorre l’itinerario terreno fino allo sconcerto della croce. I giudei capiscono che il prezzo dell’amore incondizionato che il Figlio manifesta e che nell’eucaristia, pane di vita, continua ad essere seminato nel mondo è un prezzo pesante. Attraversa lo scandalo della passione e della morte, per cui il trascendente impregna del suo Spirito di salvezza anche gli abissi del non-senso e del lutto, della sofferenza e della condanna dell’innocente.

È duro un Dio così, per questo è dura la sua parola!

Poiché a questa stessa vita consegnata richiama coloro che, nutrendosi di Lui, della sua carne, ne divengono partecipi e portatori. Chi mangia con un altro allo stesso tavolo ne condivide ideali e sorte. Chi mangia con Gesù e addirittura di Gesù, che con il pane di vita si identifica senza esitazione, assume in sé la stessa passione, ed è assunto in Dio verso la stessa condizione di servo donato e resuscitato.

Di fronte a un mistero così grande, che affascina e spaventa, è duro restare inerti a guardare. O si pretende di possedere, comprendere e controllare, e si finisce per rifiutare, scandalizzati, l’esuberanza dell’amore, fino ad andarsene – quante volte i farisei se ne vanno, ribellandosi al perdono a loro offerto!

Oppure si sceglie la via della fiducia, si smette di voler gestire, ci si lascia avvolgere, attirare, e si va a Gesù con l’umile sete di chi è figlio e cerca solo il Padre. Fragili, peccatori, addirittura recidivi, questo faranno gli apostoli.

E noi… “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna” (v. 69).

Anche noi, Signore, “abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio” (v. 69). Crocifisso, risorto, pane di vita. Tutto amore.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano