Primi nel servizio

XXIX domenica del tempo ordinario – Anno B – Mc 10, 35-45

Constatare le dinamiche vissute dagli apostoli nella relazione con Gesù a volte può portare scoramento, ma per certi versi è pure rasserenante. Se anche Giacomo e Giovanni si mostrano ambiziosi e presumono di meritarsi i primi posti in Paradiso accanto al Signore, allora forse non siamo così strani, noi feriti da un implacabile bisogno di essere migliori degli altri. E se gli altri dieci si irritano, di fronte all’iniziativa dei focosi fratelli, figli di Zebedeo, vuol dire che l’invidia non è estranea al gruppo dei prescelti da Gesù: di nuovo, possiamo ritenerci parte di una umanità condivisa, quando siamo rosicati dalla gelosia e dalla competizione per la scalata al potere.

Non cerchiamo ingenue giustificazioni. Ma dobbiamo essere profondamente onesti, come lo è l’evangelista, che non disdegna di mettere in luce le debolezze dell’animo dei primi pastori della Chiesa. Anche in noi abitano tanti sentimenti poco gradevoli, che alimentano quell’insaziabile brama di essere al centro del mondo, sottile traccia del peccato originale, subdola insidia da smascherare per non diventarne schiavi. Il problema non è ambire al posto più in alto: il problema è non riconoscerlo e illuderci di essere puri da ogni tendenza alla superbia, esenti dall’egocentrismo che invece albergherebbe nell’anima solo dei nostri antagonisti.

È necessario andare a scuola di umiltà, per poter trasformare un limite in un’opportunità.

Come insegna a fare Gesù, il quale esercita una pazienza inossidabile nella sua opera pedagogica con tali esemplari di spontanea umanità, che egli stesso ha scelto perché fossero i suoi amici. Di fatto, Gesù non rinnega il desiderio di primeggiare dei suoi. Tuttavia, lo orienta, e forse così diviene ancor più stringente nella sua logica di conversione.

Chi fa il moralista, infatti, ritiene opportuno sforzarsi a non sentire quelle che sono piuttosto naturali tensioni e innati impulsi a cercare di stare davanti, perché in fondo essere visti significa essere vivi. Noi – insegnano i filosofi e insegna l’esperienza dei genitori – esistiamo davvero se qualcuno ci guarda. Abbiamo un costitutivo bisogno di essere osservati, come i bambini, di stare al mondo per qualcuno, altrimenti cadiamo in strane dinamiche di autodistruzione. Inutile quindi combattere contro tale DNA antropologico.

Piuttosto, vale la pena di suggerire il metodo migliore per stare sotto gli occhi di tutti, trasfigurando in bellezza una potenzialità dell’anima.

Ecco la proposta di Gesù: “fatevi servi, come me”.

Il servizio è la rivoluzione. In un mondo – quello antico, ma per molti versi anche il nostro – in cui il servo non vale nulla, addirittura non è persona, il Figlio di Dio indica proprio la diaconia come itinerario di pienezza. Nel servizio si incanala l’energia degli ideali di chi vuole primeggiare; nel servizio si indirizza e si percorre la via per azzeccare il bersaglio della gioia. Poiché l’uomo è creato proprio per darsi, per mettersi a disposizione dell’altro, per generare vita servendo.

Il Maestro si pone a modello, non alla stregua di un esempio passeggero, ma manifestando la reale natura di Dio.

Egli non fa il servo, ma lo è; dunque non può che vivere di conseguenza.

Il gesto emblematico della lavanda dei piedi (cfr. Gv 13) sarà la celebrazione di una identità, che ha il suo compimento nell’offerta della Croce, luogo in cui si beve fino all’ultima goccia il calice del battesimo martiriale. Il Servo, preannunciato dai profeti (cfr. Is 52,13-53,12), è colui che vive l’esistenza scegliendo sempre l’ultimo posto, perché si volgano gli sguardi proprio alle periferie dell’esistenza e lì si mettano a fuoco le preferenze di Dio: i poveri, gli emarginati, i dimenticati. Il Servo spende se stesso per portare su di sé la passione degli innocenti, e della sofferenza fa un altare della propria consegna di amore.

A questa stessa strada sono invitati gli amici di Gesù, coloro che desiderano stare a suo lato.

Il trono del regno è tappezzato dei mantelli laceri dei piccoli, delicatamente raccolti con le loro lacrime da chi sceglie di imitare il Maestro per rovesciare la logica distruttiva del mondo. Avviene così il miracolo di un compimento: l’uomo, ogni uomo, chiamato a percorrere la via del Signore, diviene se stesso, felice nell’arte della donazione, preoccupato soltanto di condividere banchetto e bevanda con gli ultimi della terra. Questi, raggiunti dalla tenerezza della comunità convertita, possono accogliere la salvezza grazie all’opera umile ed efficace di chi dell’ultimo posto e della diaconia ha fatto il proprio stile di vita. Il proprio modo – l’unico davvero umano – per primeggiare insieme. Non dimentichiamo che gli apostoli sono morti tutti (a parte uno) martiri o esiliati: la conversione della diaconia è dunque possibile!