La misura colma e traboccante

Lc 6, 27-38 – VII domenica del tempo ordinario – Anno C

Una donna va al mercato, ad acquistare grano, da utilizzare per fare il pane e nutrire tutta la famiglia.

Oppure per seminare ancora, dopo aver mietuto quanto già maturo. Non ci sono buste o contenitori moderni, le ceste hanno i buchi, possono cadere i grani. Ma c’è l’inseparabile grembiule da cucina, simbolo del DNA di casalinga: la diaconia scorre come stile di vita, dal cuore alle mani di ogni donna di casa. È nel grembiule che il venditore versa la merce richiesta, mentre la signora trattiene agli angoli l’orlo dello stesso, a formare una specie di catino da riempire. La misura è proprio il vuoto: tanto più c’è spazio, tanto più ci sta dentro il prodotto ricevuto. E mano a mano che scivolano dentro i grani, la donna scuote il grembiule, così che si adagino i semi e la misura si ampli. E il bambino che l’aiuta pigia il tutto, mentre si forma una montagna, che a un certo punto lascia scivolare dalle inedite pendici il sovrappiù che non regge l’altezza.

“Una misura buona, pigiata, colma e traboccante” (v. 38) è versata nel grembo di questa donna, e sarà motivo di gioia per una famiglia semplice, bisognosa di qualche risparmio per poter sfamare le bocche di casa.

Ecco l’immagine, ecco la scena che Gesù avrà visto infinite volte nei mercati di Galilea. È da qui che inizia la comprensione del mistero che il brano dell’evangelista Luca regala proprio come una esuberante e incalzante raccolta di grani da accogliere. Leggere il discorso di Gesù, sintesi dell’esteso discorso della montagna di Matteo, è proprio come andare al mercato della misericordia di Dio. Egli, “il Padre vostro misericordioso” (v. 36), non fa però pagare quello che dona. Lo riversa, tanto più abbondante quanto più spazio e vuoto fanno i grembi che accolgono il bene prezioso.

Dio ci rende come Lui, misericordiosi.

E il seme che raggiunge il nostro cuore dà immediatamente germogli e frutti, perché la Parola è efficace, come la vita racchiusa nel seme. Spinge, e spinge a un traboccare. Non si accontenta, non ha la misura livellata, bensì colma e pigiata, per cui ci stanno dentro tutti: i destinatari della misericordia del Padre sono gli stessi che godono dello zampillare di bontà diffuso dai discepoli di suo Figlio, noi, familiari di Dio.

L’amore, la benedizione, la preghiera raggiungono non solo gli amici, ma anche chi ci ha fatto del male. Il bene, la misericordia, la benevolenza arrivano pure ai peccatori, agli ingrati, ai recidivi. È una trasfusione, da Dio a noi, da noi a loro: chi siamo, d’altro canto, noi per interrompere questo fruire di grazia gratuitamente concessa? E soprattutto, se la si trattiene, si riempie troppo il vuoto, che invece è opportunità per continuare ad averne: chi si riconosce primo debitore potrà essere destinatario ancora di ulteriori crediti di amore.

Tutto questo si configura poi in uno stile di vita assai concreto e riconoscibile, certamente controcorrente.

Ma d’altro canto, appunto, “le mezze misure non sono per noi” (don Ottorino Zanon), e la santità è “misura alta della vita” (san Giovanni Paolo II). Traboccano segni evidenti di cura e di attenzione: si dona il mantello, ma pure la tunica; si evita di calunniare e mormorare; si esclude la pretesa di ricevere di ritorno ciò che ai poveri si è prestato, sebbene possano essere malvagi. Insomma, “porgere l’altra guancia” (cfr. v. 29) è paradosso di creatività nell’amore. La bontà infrange la spirale della violenza. Ci si inventa di tutto, pur di sorprendere l’altro, specialmente se nemico, e fargli sperimentare un altro stile, la misericordia incalcolabile del Padre. Si è disposti, senza esserlo, a passar per scemi, per tonti e per falliti, se si decide di essere tramite della benevolenza e del perdono del Signore. È come un pugile, che una volta colpito duro, anziché ribattere, abbraccia l’avversario; sembra sconfitto, ma invece vince appoggiandosi proprio all’avversario, petto a petto, in condivisione.

Da dove viene la forza?

Da dove l’ingegno della carità, mai romantica, mai rassegnata, piuttosto intraprendente tanto da spiazzare chi la riceve?

Dalla consapevolezza che la misura, prima di tutto, l’ha colmata in noi proprio il Padre. Dalla certezza che se diamo, comunque non perdiamo nulla, perché nulla abbiamo da perdere. Ciò che conta è già in noi, è persino già stato pagato, con l’offerta del Figlio sulla Croce. Dare, dare con generosità, senza limiti, anche senza ben capire è prassi gioiosa di chi si sa custode e non proprietario di beni e di attenzioni che non merita, e sono del tutto gratis.

Donare, perdonare; non giudicare, condividere anche quel che non si deve; benedire e pregare – anche a voce alta – per chi ci ha fatto del male… Sono tutti modi di essere che esprimono una libertà senza spiegazioni, se non l’unica, quella radicale: siamo ancorati nel cuore del Padre, viviamo da figli nel Figlio, lo Spirito è in noi, per cui non abbiamo da temere. Nemmeno una figuraccia o la buona fama ci condiziona. Siamo liberi. Tutto ciò di cui possiamo avere bisogno già lo abbiamo ricevuto, senza conquista, sovrabbondante tesoro. Anche, o forse di più, se abbiamo peccato, se abbiamo spalancato il vuoto del dolore. Perché è proprio questo il mistero: “dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia” (Rm 5,20). Nel nostro grembo, o meglio nel cuore svuotato: abbondanza di misericordia, “una misura buona, pigiata, colma e traboccante” (v. 38).