Conversione di Padre

Lc 15, 1-3.11-32 – IV domenica di Quaresima C

Nell’ascoltare passo a passo la parabola dei due figli, appare evidente qualcosa di sconcertante: questo padre non corrisponde ai canoni tradizionali del capo famiglia! Non ha autorità, non ribadisce il proprio ruolo, non si contrappone alle scelte scellerate del figlio minore. Rimane a casa, angosciato, a crogiolarsi nel suo dolore, senza muovere mari e monti a far rinsavire il ribelle. Non disdegna le brutte figure, anche con il figlio maggiore, verso il quale “uscì a supplicarlo” (v. 28), come se dovesse chiedere scusa lui dell’ottusità del giovane e del cuore duro del primogenito.

Se c’è qualcosa che Gesù ci invita a convertire, mentre ci lasciamo immergere nelle vicende familiari di questa benestante famiglia palestinese, è proprio la nostra idea di affetti e di cura reciproca. Sarà così che potremo pian piano lasciarci convertire anche nella nostra immagine di Dio. Perché se Dio è Padre, certamente non lo è nei modi autoritari e violenti di tante culture, e nemmeno nell’atteggiamento da grandi amiconi che oggi alcuni uomini assumono verso i propri figli.

La nostra relazione con nostro padre è essenziale per capire noi stessi.

E anche per comprendere il nostro modo di guardare a Dio. Ma comprendere nel modo giusto il modo di essere di Dio è anche una maniera per sanare tanti rapporti distorti con i propri genitori. La fede e la vita, con le sue relazioni fondamentali, si intrecciano inseparabilmente.

Gesù non racconta la parabola del figlio prodigo e del fratello invidioso: se ci fermiamo ai comportamenti irresponsabili e libertini dell’uno e alla postura arrogante e rigida dell’altro, non facciamo altro che confermare la nostra esperienza quotidiana e rischiamo di ricadere nel giudizio moralistico. Sono entrambi fuori rotta. Ma in questo, probabilmente, c’è poco di originale.

Lo sconvolgimento viene dal padre, e attraverso lui cogliamo la proposta di capovolgere completamente il nostro modo di rapportarci a Dio. Il figlio minore, di fatto, chiedendo “la parte del patrimonio che mi spetta” (v. 12), uccide già da vivo il suo genitore. Ma, in fondo, apprezziamo il gesto, se questo significa ammazzare l’idea di un padre-padrone o di un padrigno a cui riferirsi come fanno degli schiavi. La via della dissolutezza, le scelte errate sono forse inevitabili per ritrovare lentamente – o scoprire completamente da zero – il volto di un padre diverso. È vero: ce l’aveva vicino, e non se ne era accorto. Ma ci può forse stupire? Quanto facciamo fatica anche noi a riconoscere i segni e le tracce che Dio, Padre buono, ogni giorno dissemina nella nostra vita per farci sperimentare il suo amore!

E il figlio maggiore rifiuta di entrare in casa con un padre capriccioso, che ama le feste e fa preferenze tra i suoi ragazzi. Anche questa opzione è apprezzabile: stiamo lontani pure noi da un Signore che ama premiare chi gli sta a genio e invia punizioni e castighi a chi invece non corrisponde alle sue aspettative. Soltanto che pure a questo primogenito di razza sfuggono dettagli non da poco, e lo sguardo è accecato e incapace di vedere nella quotidianità quel coinvolgimento totale che il padre gli ha riservato nelle sue cose: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo” (v. 31) …ma non se ne era accorto!

Come mai? Perché tanta cecità? Perché questi occhi bui e questi cuori duri?

Una risposta, per noi, è possibile. Non mancava loro il padre, ma il fratello che potesse aiutarli. Noi ce l’abbiamo. È Gesù.

Attraverso Gesù, frequentandolo assiduamente, noi possiamo imparare a cogliere i passaggi del Padre nella nostra vita. Che sono estremamente ordinari e feriali, come la vita nascosta di Nazareth per Gesù. E che però ci raggiungono pure laddove noi scappiamo per paura o per cercare libertà. Come prega il salmista:

Dove fuggire dalla tua presenza?
Se salgo in cielo, là tu sei;
se scendo negli inferi, eccoti (Sal 138, 7-8).

Perché il Figlio maggiore è venuto a stare proprio in mezzo agli ultimi, ai “porci” dei pagani, per raccoglierci e riportarci a casa. E perché Egli lo ha potuto fare in quanto davvero – come confida al Padre – “tutte le cose mie sono tue, e le tue sono mie” (Gv 17, 10), e le ha date a noi.

La parabola in fondo tratta di un padre che scombussola le concezioni errate dei propri figli con una testimonianza di amore a dir poco commovente. Ma va detto che noi sappiamo, oggi, che questo Padre di figli non ne ha solo due: siamo centinaia, migliaia, miliardi… di generazione in generazione… Eppure a noi interessa il terzo, che è un po’ tutti noi, e da tutti si distingue. Vogliamo essere fratelli – magari fossimo siamesi! – del nostro primogenito Gesù.

P. Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano