Il silenzio che perdona

Gv 8, 1-11 – V domenica di Quaresima C

Ci sono silenzi che parlano più delle parole.

Dentro i quali, le parole stesse assumono poi un peso specifico ancora maggiore. Nell’intreccio di voci e di respiri, c’è da imparare a comprendere e interpretare anche i silenzi, oltre alle parole. O alla luce di esse.

Nell’incontro con la donna adultera e i farisei che la conducono a lui in maniera tanto violenta e irrispettosa, Gesù propone due silenzi.

Il primo è di fronte a loro, e alle loro parole aggressive, spregiative, meschine. Essi manipolano la Parola per attaccare il Maestro, e assecondare i propri interessi bugiardi, sulla pelle di una donna trattata come un oggetto, forse da una vita. Egli tace, e nel gesto lento e solenne riscrive a terra la storia di un amore che nasce prima. Il Dio che ha dipinto le stelle e plasmato l’uomo e la donna dalla polvere, il Dio che ha impresso le lettere della Legge sulle tavole di pietra, ora scende nuovamente sopra di loro, e li avvolge del silenzio maestoso della creazione.

Gesù poi parla, perché essi insistono.

E la Parola responsabilizza a guardarsi dentro: “Chi è senza peccato…”. Allora torna il silenzio. Che è un anelito di speranza, una proposta, un invito. Chissà se questi uomini, sfigurati dal loro rancore, avranno il coraggio di scegliere di uscire dai cespugli della propria vergogna e mostrarsi nudi davanti al proprio Creatore e Signore. Lì si compirebbe di nuovo il miracolo delle origini. La misericordia è per loro, il perdono una possibilità da accogliere. Se hai peccato, puoi essere riconciliato dal dito di Dio che parla nel silenzio.

I farisei se ne vanno. Il silenzio si riempie delle lacrime del Cielo. Perché non hanno accolto per sé l’amore? Il silenzio continua e anticipa il sabato santo, quel sepolcro dove gli uomini si nascondono, paurosi della vita.

Ma c’è poi un altro silenzio.

Quello che scende fra Gesù e la donna, dopo le parole di ferma tenerezza con cui egli le restituisce la propria dignità di figlia. “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più” (v. 11). È il silenzio del senso, di una domanda ulteriore: “perché non dovrei peccare più?”.

Troppo impulsivamente, noi rischieremmo di rispondere: “perché altrimenti la prossima volta sarai condannata”; o in modo ancor più infantile: “perché hai un debito di riconoscenza”. Ma il silenzio di Gesù non dice questo. Come non lo dice il mistero che inonda il cuore di un penitente che si consegna fiducioso fra le braccia del perdono del Padre, nel sacramento della riconciliazione.

No, non è la paura della condanna a bloccare l’istinto del peccato. È piuttosto l’esperienza, che diventa certezza, che quelle parole del Maestro e Signore sono più profondamente una dichiarazione di amore. Gesù, come il Padre, non condanna perché il giudizio non dimora in un cuore che può solo amare.

“Va’, dunque, e non peccare più, perché tu sei altro: sei figlia e sorella amata, sei sposa riscattata, sei prodigio e tesoro custodito dall’Amore, sei veramente perdonata”. Il silenzio di Gesù avvolge come uno scrigno la verità di lei, e di ciascuno di noi. Probabilmente molte volte Dio non parla davvero, perché è bloccato lì, a bocca aperta, ad ammirare stupito la bellezza di noi sue creature predilette. Come si può rifiutare un amore così?

E questo silenzio preannuncia, trepidante, la resurrezione.

 

Il dito nella polvere

La polvere è la pelle della terra.

Il dito di Dio le fa il solletico.

Chissà se potrà tornare a ridere,

la terra.

Ci sono pietre come scaglie,

strati di sudore dell’umanità

che fanno da armatura.

Il dito imprime solchi

per ridire le dieci parole.

Tutte in una: misericordia!

Dura e tenera come un sasso.

Scagliato dalle stelle

che il dito ha decorato

in carezze di dettagli luminosi.

La pelle della donna

toccata

è lucente di cuore di stella.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano