Ognuno di noi deve essere l’interprete della volontà di Dio e chiedersi: “Occorre? È necessario? Non è necessario?”; cioè, prima di prendere una decisione, prima di dire una cosa, prima di lanciare una frase, di fare un’asserzione, deve chiedersi: “Sto facendo il mio capriccio? Sto buttando fuori il meglio o il peggio di me? Sto realizzando quello che Dio vuole o quello che voglio io?”. Se noi non riusciamo in questo, allora facciamo un’opera umana, bisogna invece che noi riusciamo ad essere uomini di Dio. Anche nei tempi antichi gli oracoli, prima di parlare, fingevano di mettersi in contatt o con la divinità. Dicevano: “Attendi!”, e andavano a interrogare la divinità. Noi dobbiamo metterci davvero in contatto con la divinità prima di ogni azione, prima di ogni pensiero; dobbiamo filtrare tutto attraverso il divino. Dobbiamo fare come San Pietro quando gettò la rete: “Nel tuo nome getterò la rete” (Cfr Lc 5,5). Soltanto allora cattureremo il pesce. “Abbiamo faticato tutta la notte senza prendere nulla”: potrebbe capitare che alla fine della nostra vita ci accorgiamo di avere lavorato tutta intera la giornata della vita senza aver preso niente, perché non abbiamo gettato le reti “nel nome del Signore”. Per questo tutte le nostre azioni devono essere fatte “nel nome del Signore”. E se non prendiamo questa abitudine, se non abbiamo questa preoccupazione, vorrei dire questo chiodo fisso nella testa, in modo da dire: “Voglio fare quello che vuole il Signore, non quello che voglio io: vacanze o non vacanze, sole o nuvole…, voglio fare la volontà di Dio”, non siamo a posto.