Quando uno non è preoccupato di fare la volontà del Signore, si tuffa nel suo lavoro con una certa gioia quasi dicendo: “Adesso ho raggiunto una sistemazione!”. E quando ha raggiunto la sua sistemazione e lascia posto alla sua superbia, al suo modo di vedere e di fare, allora capita che, senza accorgersene, è come uno che ha i pantaloni rotti nella parte posteriore: tutti ridono e lui non se ne accorge. È la situazione di chi si sente soddisfatto del suo stato: è uno stato che fa compassione.
E in questa situazione possiamo cadere tutti, tutti, tutti… Questo male non viene all’improvviso, ma è come un polipo che degenera in tumore. Che cos’è un polipo in principio? Un foruncoletto, una stupidaggine. Ma finché è un polipo si può togliere, quando invece è un tumore non c’è più niente da fare. Guardate che questo polipo lo abbiamo tutti. Non illudiamoci! Qui si tratta di superbia e, senza far torto a nessuno, cominciando dai più vecchi, dovremmo scappare come hanno fatto quella volta i vecchioni che avevano condannato la donna adultera (Cfr. Gv 8,1-11). State attenti perché quando ci accorgiamo che questo male è degenerato è troppo tardi… e non lascia più speranza di guarigione.
Se vogliamo veramente camminare sulla strada di Dio, fratelli miei, cerchiamo di fermarci di tanto in tanto e di non sottovalutare questo polipo che tutti portiamo. Esaminiamo le nostre azioni, esaminiamole con sincerità alla luce dello Spirito Santo e ci accorgeremo che tante azioni della nostra giornata dovremmo metterle da una parte e dire: “Queste non valgono per la vita eterna; le ho fatte perché mi piacevano, le ho fatte per soddisfare la mia superbia, per soddisfare il mio capriccio”.