Ottimismo non vuol dire fare cose da sciocchi; bisogna riflettere sulle cose da fare, ma lasciando un po’ di spazio anche al Signore. Io direi che ottimismo è credere che con noi opera il Signore, credere che c’è una parte che fa il Signore.
Ottimismo inoltre è aver fiducia anche nelle proprie qualità, avere fiducia in se stessi, nei doni naturali che abbiamo ricevuto da Dio, nell’intelligenza, nei doni fisici. Gli ottimisti, anche se i fatti li
smentiranno, anche se faranno fiasco, non sbaglieranno mai completamente, perché ce l’hanno messa tutta.
L’ottimista ce la mette tutta, mentre uno che non è ottimista impiega la metà delle sue energie e si ferma sempre prima di arrivare al momento della salita. Guardate che i pessimisti sono quelli che suonano sempre la marcia funebre; gli ottimisti invece intonano il “Va’ pensiero”. Con gli ottimisti si combina qualcosa, con i pessimisti si blocca tutto: se siete cinque in una casa e quattro devono consumare il cinquanta per cento delle loro energie per sostenere il pessimista, allora è meglio mettere il pessimista in un barattolo e conservarlo sotto aceto perché, almeno, non distoglie gli altri dai loro uffici.
Il pessimista vede tutto nero, vede solo le cose fatte male: l’unica cosa che funziona bene è il suo orologio. Se il suo orologio fa le dieci e guarda l’orario degli altri orologi, tutti hanno l’orario sbagliato, solo il suo è quello giusto. Insomma, il pessimismo è frutto della superbia. “Io sono quello che va bene”, pensa il pessimista; “se io canto stonato, tutti devono cantare stonati, altrimenti sono tutti gli altri che sbagliano”.