Se vogliamo veramente essere strumenti nelle mani di Dio, uno degli stati d’animo che dobbiamo avere è quello di riconoscere la nostra povertà. L’abbiamo detto tante volte: bisogna riconoscere quello che siamo e riconoscere che quello che abbiamo lo abbiamo ricevuto da Dio. Se uno è capace di cantare, non deve dire che è stonato, no, anzi deve ringraziare il Signore perché gli ha dato quel dono. Però anche lui deve dire: “Se io avessi corrisposto di più alla grazia di Dio, forse avrei fatto di più”.

 

Cioè, quello che abbiamo di positivo lo abbiamo ricevuto da Dio. Ma è chiaro che ognuno di noi, guardando se stesso, trova che questo aspetto positivo poteva essere usato meglio, se avesse corrisposto di più alla grazia del Signore. In pratica dobbiamo riconoscere che le cose non sono andate come potevano andare perché, forse, non abbiamo corrisposto in pieno alla grazia del Signore.

 

Il Signore vuole questo atto di umiltà da parte nostra e cioè che riconosciamo che siamo povere creature perché abbiamo sciupato la grazia di Dio, magari solo un pochino, ma sempre sciupata.

 

E allora non dobbiamo essere preda di un senso di scoraggiamento, ma dire: “Signore, se vuoi, sono pronto a vivere fino alla fine del mondo e lavorare dove vuoi. Eccomi qui, sono pronto, sono nelle tue mani. Se tu vuoi un sacrificio, se vuoi un’oblazione, se tu mi vuoi umiliato, se tu vuoi che faccia fiasco, eccomi qui, io lavoro e voglio fare sempre la tua volontà”.