LO SCONCERTO DELLA RISURREZIONE

Gv 11, 1-45 – IV domenica di Quaresima A

È sconcertante un Dio che, in Gesù, si fa uomo, al punto da condividere con ogni uomo e ogni donna i sentimenti più autentici e sinceri: l’amicizia, la tristezza, la commozione, la passione per la vita. È sconcertante e consolante, perché a Dio nulla della nostra umanità è estraneo, e soprattutto nel dolore, in questo sconcertante dolore che attraversa le famiglie di tutto il mondo, Egli sta lì, condividendo lo strazio. Duole anche a Dio la morte. Piange con noi, per il suo amico: “Guarda come lo amava!” (v. 35b). Guarda come ama ciascuno di noi, Egli che sulla via del Calvario piange con le donne di Israele per ogni figlio e figlia di questa fragile umanità (cfr. Lc 23,28)!

È sconcertante, però… Perché davanti a tanta sofferenza, tu, o Dio, non fai nulla? Anzi, Gesù riceve la notizia della malattia dell’amico Lazzaro e ritarda, di proposito, la partenza. Si avvia quando tutto – sembra – è compiuto, e agli occhi del mondo la morte ha abbassato le saracinesche definitive. Non c’è più speranza, nel cuore del villaggio. E Gesù, avvicinandosi a Betania, ne rimane fuori, a distanza. È sconvolgente e poco rassicurante: Dio sembra evitare di immischiarsi fino in fondo, ma soprattutto pare osservare impotente. Non sarebbe meglio una spinta focosa come quella di Tommaso: “andiamo anche noi a morire con lui!”? (v. 16). Ma se la solidarietà si riducesse ad una logica di eroi, prima o poi, di fronte all’inevitabile esperienza del fallimento, sotto il torchio della paura che smaschera le nostre meschinità – come nella fuga dei suoi all’orto degli Ulivi (cfr. Mc 14,50) –, rimarrebbe soltanto, e più che plausibile, il cinico commento di qualcuno: “Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?” (v. 37). Che poi significa l’insidiosa tentazione dell’ora della croce: “Se tu sei il Cristo, salva te stesso e noi!” (Lc 23,39). È sconcertante: ma Dio, in Gesù, non è schiavo dell’emotività né dimentica che c’è dell’altro, oltre questa vita. Non qui a Betania, ma lassù sul Calvario e nel sepolcro vuoto del mattino di domenica “tutto è compiuto!” (cfr. Gv 19,30)

È sconcertante, infatti, la vicenda di Lazzaro. Il quale torna alla vita, ma a questa vita. Uomo del silenzio, lui come Giuseppe, custode quindi di un mistero profondo. Cosa hai visto, fratello, dentro quella tomba, nei giorni che ti hanno fatto così prossimo alla sorte del tuo Amico, Maestro e Guaritore? Non ha riportato né parole né visioni dall’aldilà, “Lazzaro, il nostro amico”, perché in realtà egli “si è addormentato” (v. 11): è sconvolgente questa definizione della morte! La morte che ci angoscia, la morte che ci terrorizza, il vero motivo per cui spendiamo la nostra esistenza a rincorrere tracce di immortalità e ci aggrappiamo a illusioni di eternità. Abbiamo paura, ma solo nella misura in cui la morte bussa alla nostra porta. Anche la sofferenza dei nostri cari ci trasmette – purtroppo dobbiamo ammetterlo, con coraggio e vergogna– il terrore di una ferita che sanguina dal nostro cuore, l’angoscia di una solitudine che rimane micidiale dentro di noi, l’ossessione di uno specchio che annuncia la nostra fine su questa terra. È sconcertante, ma Lazzaro non esce dal sepolcro risuscitato, bensì risvegliato dal sonno. Ritorna a questa stessa vita, e dovrà morire di nuovo, come decreteranno i capi dei sacerdoti (cfr. Gv 12,9-11). Ma la seconda volta a Lazzaro toccherà la stessa sorte dell’amico Gesù, una condanna ingiusta: una vita donata per amore. Segno che qualcosa è cambiato decisamente in lui proprio dall’esperienza del ritorno alla casa di Betania, dopo aver attraversato la tragedia delle tenebre.

È sconcertante, ma Gesù, il Signore, non è venuto a restituire questa vita, che pure è così bella e così intensa da meritarsi di essere tutta in Lui, il Figlio di Dio, e di essere vissuta bene (come ce ne accorgiamo quando ci manca!). Gesù è “la risurrezione e la vita” (v. 25) perché Egli scardina i criteri che danno a questa esistenza valore e densità. Gesù è un’altra Vita, una Vita che trabocca ed è incontenibile nei limiti di una vita terrena, costretta da relazioni sociali basate sui parametri dell’opportunità e del merito, sull’ansia di possedere qualcosa che ci faccia sentire utili e importanti. Gesù è la Risurrezione e la Vita perché abita con sovrana libertà le debolezze e i confini dei rapporti e della carne, impregnandoli di uno sguardo che oltrepassa gli orizzonti. Gesù è la Risurrezione e la Vita perché dimora nell’intimità con il Padre in pregnante attesa di abbracciare ogni uomo e donna che si lasci generare a vita nuova nell’amicizia con Lui. È sconvolgente – ma pure inebriante! – contemplare il dialogo segreto tra Padre e Figlio, che trattiene Gesù su altezze desiderate e desiderabili per Marta e Maria, donne assetate di vita, private dell’abbraccio del fratello, provate nella fede, scombussolate dalle vertigini dell’amore divino. Sono loro, accanto ai Dodici, il simbolo della Chiesa, della comunità cristiana che anela a seguire il Maestro, che confonde le Parole del Signore, che crolla in ginocchio impotente ma finalmente abbandonata davanti al mistero della vittoria dell’Amore.

È sconcertante, da far girare la testa di desiderio e di passione, la presenza certa di Gesù, Resurrezione e Vita che travalica la siepe dell’orizzonte dove il tempo cede il passo all’Eterno. Ma lo fa, Lui che è l’Eterno, per venire dalla parte dei mortali, perché la Resurrezione semini i suoi germogli di vita nuova dentro i nostri pianti, sotto la nostra trepidazione, in mezzo alle nostre amicizie trovate o perdute. Per dirci che in relazione con Lui penetriamo fin d’ora la verità del Padre e ci impregniamo della vita dello Spirito, per riconoscere che il sonno del sepolcro non è l’ultima parola. È sconcertante, ma estremamente rassicurante scoprire che la vicenda di Lazzaro non è un film a lieto fine, ma l’inizio di una storia vera: la via della croce, che culmina con la definitiva vittoria del Risorto per amore.

Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano