Benedetti dall’amore

Mt 25, 31-46 – Gesù Cristo Re dell’Universo

Saremo giudicati nell’amore.

È la sintesi della splendida e maestosa buona notizia racchiusa nella parabola del giudizio universale. Il quale, di suo, è una notizia attesa da tutti gli innocenti perseguitati di questa terra: un giudizio ultimativo, oltre il quale rimanga solo la vita definitiva. Ma è ancor più buona notizia perché suggerisce i fattori di valutazione come accessibili a tutti: nessuno è escluso dalla possibilità di amare. E di fatto, “davanti a lui verranno radunati tutti i popoli” (v. 32). Non solo i cristiani, non solo i credenti, ma tutti.

E il criterio ultimo sarà l’amore!

La rappresentazione solenne, nel racconto di Gesù, dà il peso della questione in gioco. Ci fa bene rendercene conto, in un tempo in cui facciamo di tutto per allontanare il pensiero della morte, oppure la gestiamo con maniere scaramantiche, fino al punto da banalizzarla nella morbosa esibizione quotidiana dei media. La crisi mondiale legata alla pandemia, fra le altre cose, potrebbe restituirci una maggiore consapevolezza e dunque un sacro rispetto per la vulnerabilità delle nostre esistenze mortali, nonché la riscoperta di un desiderio ulteriore di vita racchiuso in ciascuno di noi. Chissà che non perdiamo l’occasione di tornare a fare pace con la limitatezza del nostro pellegrinaggio terreno. Gesù parla del giudizio finale con tanta solennità per raggiungere lo stesso scopo.

Anche se va notato che questo giudizio si svolge in un ambiente di grande luminosità, sostanzialmente di bellezza. È la gloria di Dio che si manifesta.

Cosa vi può essere di più bello della gloria di Dio?

Di fatto, l’intento del Signore è quello di aiutare ad accorgerci che tale presenza gloriosa è percepibile già qui e ora, proprio in questa vita mortale. Insomma, si parla della morte per rendere più luminosa la vita quotidiana. A guardare l’esistenza dalla fine, si intravedono delle opportunità che sfuggono a chi rimane immerso nei travagli quotidiani come un nuotatore inesperto dentro le acqua alte del mare, senza alcun sobbalzo verso la meta.

La nostra parabola restituisce speranza a ciascuno. Per questo, la solennità del brano è data anche dalla ripetizione per ben quattro volte delle opere di misericordia corporale. Insistendo sulle necessità dei nostri fragili corpi, alle quali ogni persona può dare una risposta concreta ed efficace, Gesù mostra che la gloria di Dio si rivela fin d’ora proprio nell’ambiente tanto umano dei nostri limiti.

È il mistero dell’amore, il mistero che salva.

Dare da mangiare a chi ha fame e da bere a chi ha sete è nutrire la costitutiva incompletezza dell’essere umano con la gratuità di una relazione generosa e generativa.

Accogliere lo straniero è riconoscere la comune condizione di migranti nella patria che è il mondo, garantendo una esperienza di appartenenza condivisa senza confini.

Vestire chi è nudo vuol dire restituire la dignità che è insita in ogni persona, con la stessa premura con cui il Dio creatore si è preso cura della sua creatura prediletta anche dopo la ribellione del peccato.

Visitare i malati e i carcerati è prassi di condivisione solidale con quanti manifestano, pur senza volerlo, i tratti più drammatici della nostra fragilità, nello spegnimento delle energie fisiche che richiama la vicenda della morte e nella perdita della libertà, tratto che rende l’uomo e la donna a immagine e somiglianza del Figlio.

Ecco dunque la consegna, per una vita che si riempie di senso per quanti accolgono la sollecitazione a farsi dono. Il Figlio di Dio si identifica con il destinatario di tante attenzioni. Gesù è rimasto nel mondo – oltre che nei segni sacramentali che la Chiesa celebra – anche nella presenza del povero. Saperlo ci commuove. Ma saperlo non è essenziale, per il giudizio. Anzi, pare che una certa inconsapevolezza faciliti la dinamica della gratuità, e questo scardina inconsistenti rivendicazioni confessionali dei fedeli. Ciò che conta è amare, amare davvero, amare concretamente.

Cosa dunque differenzia un cristiano che ama da qualsiasi altra persona che compie le opere di misericordia alla stessa maniera?

Probabilmente una coscienza previa: non tanto di essere, in questo modo, dei buoni servi del Signore, con la garanzia del premio eterno, quanto piuttosto di essere stati e di continuare ad essere, in fondo, prima di tutto altrettanti poveri. Poveri, però benedetti dall’amore. Perché consapevoli che a ogni povero il Figlio di Dio ha già donato cibo e bevanda di vita, abiti nuziali e banchetti della festa, in una casa accogliente per i pellegrini smarriti, e liberandoci dal male e dal peccato che strazia corpi e anime.

I cristiani, chissà, sono allora semplicemente esperti in buona memoria: quella di sapersi amati e salvati senza merito dal Figlio, che è vero pane, vino e acqua zampillante, veste e dimora, salvezza e liberazione nella Sua persona. E questa è la Sua gloria: che l’uomo viva. Anzi, che il povero, ogni povero, anche il povero che è in noi, viva. Benedetto per sempre.

 

Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano