Lc 2, 1-20 – Solennità del Natale del Signore
“Vegliavano tutta la notte” (v.8).
La notte è creatura di Dio.
Secondo il racconto delle origini, Dio “chiamò la luce giorno, mentre chiamò le tenebre notte” (Gen 1,5). E così pose il buio dentro il ritmo della luce, che è anticipazione del “sole che sorge dall’alto” (Lc 1,78), il Figlio che viene. Nasce proprio nella notte, il Bambino atteso, e così siamo invitati – con i pastori – a ritrovare della notte il senso e l’orizzonte.
Quando una creatura viene staccata dal suo Creatore, allora vince la paura, perché la morte si affaccia minacciosa come ultima prospettiva e crudele marchio di desolazione. Così è della notte, che senza Dio appare semplicemente nera e senza speranza, anticipazione del nulla.
Forse rischiamo ancora di percepire e guardare così al mondo sofferente, indubbiamente attraversato da tenebre di dolore e dallo smarrimento di tempi incontrollabili e minacciosi. Forse anche noi, pellegrini in attesa di una luce nuova, siamo scivolati dentro le insidie della disperazione, perché abbiamo ristretto l’orizzonte della notte all’impossibilità di vedere, di gestire, di vincere la battaglia della vita.
Ma la notte, se torna ad essere creatura, è anche spazio di mistero.
Il mistero non è un enigma, al quale cedere le armi senza speranza perché irrisolvibile e distruttivo, bensì è apertura e appello. Il mistero è la presenza delle stelle, nella notte, per accarezzare di luce soave e preannunciare l’alba fra i giochi incerti delle ombre. Il mistero è un oltre che viene incontro, è l’improvvisa presenza di un di più al quale ci viene chiesto di accedere con stupore e rispetto, ma anche con timorosa venerazione. La notte, quando la sentiamo quale essa è, ambiente di vita per creature fragili eppure capaci di attraversare le tenebre, allora non si impregna più di terrore, ma di attesa.
Nella notte vegliano i pastori, uomini abituati a intravedere l’alba sicura nell’incertezza delle ombre. Ci insegnano uno stile, di cui abbiamo tanto bisogno in questo tempo avvolto dalle tenebre eppure attraversato di barlumi di autentica speranza, che il Natale ci aiuta a riconoscere e allo stesso tempo porta a compimento nell’irruzione della Luce che viene.
Vegliare con i pastori nella notte significa trasformare il buio in opportunità di luce.
L’isolamento diventa solitudine.
E la solitudine è spazio di silenzio, possibilità di ascolto di se stessi per imparare l’arte dell’empatia. La solitudine rifiuta la tragedia dell’abbandono, e suggerisce l’occasione di stare con se stessi davanti al mistero che viene, sconfiggendo la prassi frenetica delle nostre abitudini consumistiche. La malattia, in questi mesi, ha portato nelle nostre case il volto tragico dell’isolamento dei moribondi, e dietro le maschere protettive degli infermieri e degli assistenti ha costretto a imparare a scendere giù, nelle domande brucianti che abitano i nostri cuori: perché la morte? Che senso ha la vita? Dove sta di casa la gioia? Vincere l’isolamento è stringere una mano e donare una parola o una carezza: ma prima è capacità di interrogarsi e di ascoltare, senza fuggire alla nostra interiorità. È opportunità di riscoprirci abitati da sentimenti di tenerezza e di nostalgia, di gentilezza accanto alla paura, di solidarietà e di tensione al futuro. Nella solitudine si prega, e così la venuta del Mistero non ci coglie impreparati.
Oh, se questa notte della pandemia ci avesse restituito il gusto della solitudine che prega!
Il menefreghismo viene scalzato dall’interessamento.
Siamo creature sociali, abbiamo la relazione nel DNA. L’incalcolabile esperienza di fragilità che ci accomuna di questi tempi non può che sospingerci verso l’altro, ad attutire dolori e paure. Ma la battaglia dell’animo tra egoismo e altruismo non è conseguenza naturale e spontanea: è una scelta di vita. Nella notte del ‘distanziamento sociale’, siamo davanti alla possibilità di porre l’altro al primo posto: rispettare le regole, fare bene il proprio dovere, generare con creatività risorse di solidarietà e di aiuto reciproco è questione di una opzione morale consapevole. I pastori, uomini abituati al reciproco supporto nelle freddi notte di veglia, ci mostrano la possibilità di passare dall’egolatria alla comunione, che costruisce comunità autenticamente umane. La vulnerabilità del Bambino di Betlemme è appello per ciascuno a farsi strumento di amorevole cura, perché solo la debolezza condivisa rende veramente partecipi gli uni delle sorti degli altri. E il mondo, tra notte e giorno, avrà futuro soltanto in questa intima e reciproca connessione.
Oh, se questi mesi di prova ci potessero regalare un rinnovato interesse per l’altro, non più nemico, bensì fratello!
Le ‘cose di quaggiù’ aprono il sentiero per ‘le cose di lassù’.
Il Natale ci consegna, urgente, la verità della creatura umana, che è l’unica capace, nella notte, di sentire il cuore gonfiarsi di commozione per una stella cadente o per un magico gioco di sfumature tra gli astri della Via Lattea. Icona e annuncio, questa indicibile bellezza, dell’essenza del nostro esistere: siamo fatti per l’Eterno, per il Cielo ricolmo di Luce inesauribile. La pandemia e la sua tragedia va combattuta con le armi della scienza e con l’arte della solidarietà. Ma la vittoria decisiva è l’adesione al canto degli angeli, i quali descrivono la venuta del Mistero: Dio si fa Bambino, si infrange il confine tra temporale ed eterno, la mortalità della creatura è avvolta, anzi penetrata dalla potenza dell’Immortale. Il nostro desiderio di vivere per sempre si realizza, grazie alla nascita del Salvatore, che è Figlio di Dio, ‘Sole che nasce dall’Alto’ e all’Alto ci conduce, prendendoci per mano con le sue piccole mani donanti. La riposta ultima è la venuta dell’Ultimo: non perché scappatoia alla paura, bensì perché radice ultima di ogni gioia.
Oh, se questo inedito Natale di insegnasse a volgere quaggiù lo sguardo alle cose di lassù!
In fin dei conti, la solitudine dell’uomo e il desiderio di relazioni autentiche, sempre inevitabilmente segnato da una parzialità e da un limite in questo mondo passeggero, eppur bellissimo, hanno il compimento nella relazione con il Solo, Colui che ci ha reso accessibile l’Infinito.
Stiamo dunque davanti al presepe, nella santa notte del Natale, commossi da tanta tenerezza.
Ma anche dentro la vertigine di una promessa che si realizza, oggi e sempre: il Dio che abita la nostra mortalità ci ha resi degni di vivere, in Lui, per sempre nella gioia. Così la notte della nostra città è inondata di una Luce che mai più finisce (cfr. Ap 22,5).
Padre Luca Garbinetto
Pia Società San Gaetano