Dentro una famiglia normale

Lc 2, 22-40 – Festa della Santa Famiglia B

“Doveva rendersi in tutto simile ai fratelli” (Eb 2,17).

È la caratteristica essenziale, secondo l’autore sacro, perché Gesù potesse essere il sacerdote della Nuova Alleanza. Colui che porta a compimento la Legge, immergendosi in essa e riportando i fratelli stessi alla radice della stessa: l’amore.

Come allora poteva entrare nel mondo il Figlio di Dio se non assumendo in pieno la condizione di figlio dell’uomo, dentro una normale famiglia umana? Una famiglia, la sua, che si contraddistingue… per l’assoluta assenza di segnali di distinzione: ciò appare inaudito nella logica con cui abitualmente pensiamo alle cose di Dio. Gesù è un bambino che si mescola fra gli altri senza poter essere riconosciuto diverso per particolari capacità prodigiose (con buona pace dei simpatici racconti dei vangeli apocrifi); mamma e papà sono due giovani ebrei, assai ligi alla Legge, peraltro appartenenti a famiglie povere (l’offerta al tempio è quella degli umili: due colombine – cfr. v. 24) di una borgata dispersa della Palestina, senza possibilità di essere confusi per persone speciali. Almeno in apparenza.

In realtà, ciò che è speciale in Giuseppe e Maria è il loro cuore.

Ed è questo che conta, il dettaglio che mostra l’inizio autentico della Nuova Alleanza dentro le relazioni semplici di questa – in realtà – strana famiglia di Nazareth. Perché il Patto Nuovo, secondo i profeti, che intuiscono le tracce di futuro a partire dalla sofferenza (cfr. Ger 33, 31-33), ha la peculiarità di essere scritto nei cuori, piuttosto che su tavole di pietra. Chi vive secondo lo Spirito ha dunque un cuore giusto, come Giuseppe, e capace di custodire le cose di Dio nella contemplazione dell’anima, come Maria.

La famiglia normale in cui nasce e cresce Gesù, dunque, è fedele alla Legge.

E l’evangelista insiste nell’esprimere tanta ordinarietà pure nei gesti e nei riti. Ma è fedele soprattutto al Dio della vita, con il quale entrambi i genitori hanno un rapporto intimo e speciale, da sempre, che li ha resi in grado di riconoscere e ascoltare la Parola dell’Altissimo pronunciata per loro nella loro vita. Si ha tanto bisogno, oggi, dentro le nostre case, di quest’arte di interiorità. Si ha tanta nostalgia di sposi e genitori capaci di generare nella ferialità gli spazi di silenzio necessari per imparare a pregare.

Da questa progressiva osmosi con i comunicati del Cielo, in Giuseppe e Maria matura la coscienza che qualcosa di grande attende il loro bambino. Simeone e Anna, anziani del tempio, timorati di Dio e innamorati del popolo, glielo confermano, come saggi nonni avvezzi a interpretare i segni dei tempi. Ma lo stupore che avvolge i due giovani coniugi nei riguardi delle parole rivolte al loro figlio mostrano che le prospettive di grandezza promesse dalla benedizione dei sapienti non comportano presuntuose animosità né fanno montare la testa ai due. La famiglia di Nazareth, anche di fronte ai misteriosi annunci di un’opera divina in atto fra loro, dentro le loro relazioni vitali, conserva l’inconfondibile tratto della santità: l’essere umili.

Così può fare esperienza, il Figlio di Dio, della bellezza tanto intima e segreta di rapporti che generano fiducia e rafforzano la consapevolezza di essere amati.

D’altro canto, sta in questa esperienza radicale, possibile in modo insostituibile dentro gli intrecci affettivi della famiglia, il primo necessario passo per imparare a sua volta ad amare gratuitamente e totalmente. Gesù, insomma, è avviato ad amare come Dio dentro una semplice e ordinaria famiglia che lo avvolge di un serio e affettuoso amore umano. Lì si sviluppa il dinamismo dell’obbedienza, che in realtà è sempre l’anima dell’amore: si obbedisce secondo i propri compiti e la propria missione; si obbedisce con rispetto, intelligenza e responsabilità; si obbedisce perché la vita, in realtà, non è proprietà di chi la vive ma di chi gliel’ha donata. Gesù, a Nazareth, sperimenta soprattutto la gratitudine insita nei cuori giusti di chi ha fatto esperienza davvero che tutto sta nelle mani del Padre.

Un ultimo aspetto non sfugge alla visione profetica di Simeone.

Dentro il dinamismo dell’amore, soprattutto quando è aperto alla fecondità dell’esistenza nel rispetto dell’altro, sempre diverso da me, ha spazio inevitabilmente la sofferenza. E Maria, con Giuseppe, non sarà esente dal vissuto di dolore. Anzi, la sua anima immacolata la rende particolarmente sensibile e vulnerabile alle ferite del mondo, quelle che il peccato camuffa ma non estingue, amplifica piuttosto che evitare. Maria imparerà, per poterlo insegnare al figlio, che solo portando con vigore e dignità le tracce del dolore nello spirito e nella carne si diviene autentici custodi dell’amore.

Ogni nostra famiglia, allora, certamente segnata dall’incompiutezza e dall’imprevisto che duole, dai solchi onerosi delle incomprensioni e – forse – delle divisioni, può intravedere nei coniugi e genitori di Nazareth, accanto al loro bambino che cresce “pieno di sapienza” e di grazia (v. 40), dei punti di riferimento stabili e fedeli per non sentirsi abbandonata nell’ardua decisione di non lasciare il cammino dell’amore. Anche quando l’unione e la fecondità si fanno laceranti. Perché in queste ferite penetra la luce tenue ma perseverante della presenza consolatrice di una Madre e di un padre, teneri e coraggiosi custodi del Figlio dell’Altissimo.

 

Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano