Asino Cireneo

Mc 11, 1-10 – Domenica delle Palme B – Ingresso

Di asinelli sono colme le rotte delle carovane della Sacra Scrittura.

Menzionati o meno, c’è un via vai di somarelli, spesso carichi di sporte, più frequentemente mezzi di trasporto per le persone. Non sono sciocchi, come li dipingono i modi di dire popolari (alcuni persino saggi, come l’asina di Balaam), ma cocciuti sì: di quella testardaggine che li rende assai vicini a molti di noi. L’asino è divenuto modello di obbedienza al padrone, tanto da risiedere in pianta stabile alle spalle della culla nel presepe del Salvatore.

Ed è al Salvatore, a Gesù stesso, che l’umile bestia fa da compagna di viaggio nel momento drammatico e glorioso dell’ingresso a Gerusalemme, l’ultima salita alla Città Santa prima del compimento della Pasqua. L’asinello di Bètfage è un puledro, altrove ricordato a fianco della madre, come a ottenere coraggio in prossimità di un compito così gravoso e onorevole: portare in groppa il Messia! Chissà se l’Altissimo ha speso occhi di benevolenza per preparare anche questa sua creatura a una missione decisiva per la storia della salvezza:

Lui, il Creatore, sa prendersi cura davvero di tutti.

Lo chiedo sottovoce a te, somarello di Betania, troppo giovane per aver caricato i pesi della Legge antica, e forse scelto per questo a fare da cavalcatura di pace al Re della storia. Probabilmente non ne avevi molta consapevolezza: capita anche a noi di essere immersi negli eventi che contano, e di accorgercene soltanto dopo che sono finiti. La vita, a volte, ci trascina, oppure ci disturba, scardinando le nostre previsioni. Magari ti trovavi pure tu tranquillo e comodo nelle abitudini ordinarie, legato alle consuete faccende della tua casa che ti garantivano il riparo e il fieno nella greppia. Noi trascorriamo spesso i nostri giorni piuttosto assopiti dalla routine, dimenticandoci di meravigliarci della bellezza dell’esistente, forse troppo rannicchiati nelle lamentele e nelle accuse di colpe altrui. Servono purtroppo le guerre e le pandemie a svegliarci, almeno per un po’.

Non mi pare che tu avessi un animo così rammaricato e recriminante come il nostro, ciuchino.

Eri fermo, ma stavi sulla strada, quasi ad attendere una chiamata. Pare addirittura che Gesù, questo strano Rabbì di Galilea, avesse posato su di te gli occhi (forse un giorno che faceva visita a Lazzaro e alle sorelle) proprio perché ti aveva visto giovane, inesperto e per questo ancora capace di limpidezza. Per noi, creature abitate dallo Spirito Santo, questa si chiama castità del cuore, sbilanciamento dell’animo alla gratuità. La disponibilità che dimostri, lasciandoti condurre dopo essere stato slegato, ci fa da modello: se desideriamo davvero vivere una vita piena, c’è da abbandonare i comodi legacci della paura e dell’apatia e metterci a disposizione perché qualcuno ci salga sulle spalle. Oggi che il Signore abita il Cielo con il Suo corpo glorioso, e non possiamo più avere la tua fortuna di sentirne l’odore entrare dalle ampie narici, portare Gesù sul groppone significa prendere su di noi il peso dei fratelli e delle sorelle più bisognosi e sofferenti. Come insegnava un Suo discepolo, martire del nazismo:

“Non si ama veramente, fintantoché non si sente quanto pesa il fratello che si ha accanto!” (Bonhoeffer).

Asinello di villaggio, affaticato su per la salita verso la porta santa della città, c’è molto di te che ancora ci sollecita a una revisione della nostra vita, avviandoci anche noi a entrare nei giorni della Pasqua. I suoi discepoli, infatti, non ti hanno lasciato spoglio, e ti hanno coperto di mantelli, mentre i ciottoli della vita venivano sepolti dai tessuti e dalle fronde per onorare Lui, ma anche per rendere più agevole il tuo passo. E quante grida, quante voci di canto e di onori rintronavano nelle tue ampie orecchie, mentre avanzavi attorniato da una folla sempre più grande e rumorosa! So che ti piacevano soprattutto i bambini, che scrutavi di traverso con i tuoi occhioni dolci.

Erano ancora innocenti, come te.

Ma lì, proprio lì, la tentazione: credere che quelle invocazioni di gloria riguardassero te, anziché il tuo illustre passeggero. Credere che gli abiti dei poveri si fossero trasformati in vesti di lusso sulla tua pelle di animale, al punto da farti confondere e da intontire la tua testa, fino a presumere di meritarti la lode per l’impresa che compivi. Chi, oltre a te, aveva avuto l’onore di portare il Messia sulla propria groppa?

Caro fratello – ormai ti sentiamo tanto simile a noi! – per fortuna non hai ceduto alla seduzione di crederti migliore, anzi unico. Se avessi pensato di essere tu il destinatario delle grida di giubilo, ti saresti issato sulle gambe posteriori a mostrare il petto e a ragliare di vanto, ottenendo così una drammatica caduta per Gesù e una indecorosa ritirata da parte tua sotto le sferzate degli uomini irritati e violenti – e su questo non ci somigli per niente, per fortuna! Non hai ceduto, e sei rimasto lì, a camminare a testa bassa, grato soltanto di poter sentire battere il tuo cuore più forte per uno sforzo che meritava di essere vissuto. Così sei diventato spunto per dare a noi il senso di una esistenza spesa bene, come Gesù stesso aveva suggerito in tempi non sospetti: “Dite: siamo servi inutili”. Cioè senza stipendio, senza guadagno. Avevi già guadagnato tutto tornando sereno a casa quella sera, restituito al tuo padrone, ma cambiato dentro. Perché il Signore aveva trovato in te un compagno umile di cammino, e la Salvezza era ancora possibile.

Grazie, fratello asino. Chissà se Simone di Cirene non avrà imparato da te…

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano