Mani di passione

Gv 13, 1-15 – Giovedì Santo (Messa in Coena Domini)

Abbiamo nostalgia di mani da stringere.

Di sentirne l’energia e di credere nell’alleanza. Abbiamo nostalgia di mani che accarezzano, per contagiare tutta la persona di vigorosa tenerezza. Abbiamo nostalgia di mani che sostengono, potendo assorbire tutto il calore del contatto.

Il giovedì santo è questione di mani così: forti, delicate e coraggiose insieme. Quelle del Maestro, che si posiziona ai piedi dei suoi, quasi a farsi loro discepolo alla scuola della fatica. Quelle del Signore, che si abbassa al livello degli schiavi, per mostrare che nulla dà più dignità del servizio. Quelle dell’Amico, che non si vergogna di sporcarsi con la polvere calpestata da chi tradirà questa consegna d’amore.

Gesù usa bene le sue mani.

Lo ha fatto sempre. Accarezzando i bambini, toccando gli infermi per guarirli, sollevando i paralitici e gli zoppi così da anticipare la risurrezione. Le mani del Figlio sono state sempre icona della misericordia del Padre, pronte ad accogliere gli esclusi e a sfiorare con dolcezza immensa anche i corpi violati delle donne. Tutto con un rispetto e una umiltà che ha il sapore della vita nuova.

Gesù fa scorrere l’acqua tra le dita dei piedi degli apostoli, alla stessa maniera in cui fa sgorgare il vino della festa dalla brocca dell’offerta. Le mani reggono il calice, ed anche il catino; gettano il manto nuziale del perdono sulle spalle dei peccatori, così come frizionano efficacemente le caviglie stanche dei camminatori di Palestina.

Le mani di Gesù mostrano che non sono fatte per la violenza.

Le mani del Signore testimoniano ciò per cui l’uomo è divinamente creato: per il bene, per la cura, per la custodia del fratello. Le mani del Figlio riscattano la tragedia di Caino, restituiscono bellezza alle dita che hanno modellato le stelle, riportano sulla terra dove si impasta e si lavora il gusto creativo dell’Origine.

Gesù si lascerà perforare le mani, quasi a indicare che da dentro, dal cuore, dall’intimo sgorga quell’amore di cui esse sono mediazione e strumento. Le mani di Gesù non afferrano per strappare, non avvinghiano per possedere, non trattengono per dominare. Si abbandonano al violento per sconfiggere la violenza e il male, con la potenza dell’amore che si dona aprendosi anziché chiudersi tra pugni di dolore. Sulla croce, le mani di uomo ferito mostrano che Dio ha mani che curano le ferite, senza nasconderle né camuffarle, ma penetrandone i solchi di sofferenza con sangue di compassione.

Certamente, Gesù, il Figlio, ha imparato dalla Madre e da tante altre donne a fare delle proprie mani un mezzo per amare. Ha imparato a farsi toccare e accarezzare, accudire e curare, per diventare Medico e Salvatore, mediante l’incontro anche con volti e corpi sfigurati da altri palmi crudeli.

A noi, che abbiamo imparato a riconoscerci dagli occhi, in questi tempi dai visi coperti, il Gesù della lavanda dei piedi insegna che possiamo diventare più veri anche usando bene le nostre mani.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano