‘Io sono!’

Gv 18,1 – 19,42 – Venerdì Santo (Passione del Signore)

Vi è un appello urgente da cogliere, nel venerdì santo.

Che più di ogni altro giorno pasquale assomiglia ai momenti più duri e difficili di questo tempo di pandemia. Abbiamo bisogno di chiederci come è possibile ringraziare Dio anche dentro il dramma del dolore e il mistero della morte. È necessario attingere alla novità del vangelo, e non accontentarsi di un ‘andrà tutto bene’, che potrebbe avere l’amaro sapore della delusione. C’è da accettare la sfida e domandarsi se è lecito lodare Dio anche quando l’incertezza e la paura sembrano farla da padrone. La croce e la sepoltura del Signore sono il momento più propizio per riconoscere l’analogia nuda e cruda con la croce comune della pandemia, parabola di innumerevoli altre croci dei popoli troppo spesso dimenticate.

Ebbene sì: è possibile ringraziare anche nel cuore del venerdì santo, seguendo le tracce mistiche del racconto di Giovanni, “il discepolo che Egli amava”.

  1. Il quarto evangelista non descrive, dell’Orto del Getsemani, l’agonia e la tristezza, l’angoscia e il sudore di sangue. Presenta piuttosto un Gesù padrone di sé e degli eventi, e lo identifica due volte con Colui che si presentò a Mosè: “Io sono”, è Yahvè, il Dio-con-noi. Se sconcerta questo silenzio giovanneo sull’umanità di Gesù, appare invece confortante constatare che proprio lì, tra gli ulivi e il frantoio, c’era proprio Dio. L’Altissimo, sovrano del Cielo e della Terra, è presente e sovrano anche nel momento estremo della consegna di sé dell’Uomo-Dio. Gesù non smette di essere Dio anche nel momento della somma debolezza umana. Ecco il primo grazie: perché Dio c’è, e c’è sempre, come sovrano che accompagna la nostra umana fragilità anche nei momenti bui dell’agonia.
  2. Il secondo grazie è dovuto al Re, che davanti a Pilato non disdegna di ricordare le proprie prerogative e le possibilità di una lotta con le armate del Cielo. Le quali però rimangono a riposo, perché la strategia di questo Re ha la logica della pace, e la sua cavalcatura rimane un asinello anziché un cavallo da guerra. Gesù è Re, eppure si comporta da servo amando “sino alla fine”. C’è da lodarlo, quindi, perché sceglie di essere fedele alla propria diaconia lavando i piedi anche ai nemici, ai carnefici e ai codardi tra il popolo.
  3. Egli diventa vittima innocente, ed è per questo che innalziamo un terzo grazie. Il Dio e Re, che è presente e si fa servo, “sta in mezzo”, e non tra i forti e i perfetti. I suoi compagni sono due ladroni, forse simbolo efficace della comunità cristiana, della Chiesa costituita di peccatori perdonati e non di eroi dai facili successi. Siamo grati all’Innocente perché rimane a riscattare tutti gli innocenti, e anche i colpevoli: dalla sua innocenza soltanto può sgorgare per noi il perdono.
  4. Ancora, siamo riconoscenti al Figlio di Dio e Figlio dell’Uomo perché dalla croce sceglie di consegnarci sua Madre. Diventiamo così definitivamente quello che siamo: figli e figlie accuditi dal grembo della misericordia. Avere Maria come Madre non è questione di emotività consolatoria. Ella è piuttosto cura materna che vigorosamente indica la via della tenerezza per affrontare insieme le ansie e le separazioni, di cui è esperta e solida custode. A Gesù che non ha tenuto per sé il dolce sollievo della Madre, ma l’ha condiviso proprio nel momento cruciale del passaggio, il nostro grazie è viscerale.
  5. È così che siamo diventati suoi fratelli. E al Fratello pure dobbiamo dire grazie. A Lui, come all’antenato Giuseppe, è stata tolta la tunica, simbolo – nella storia del patriarca come del messia – della spogliazione e del tradimento, avvenuti per gelosia e invidia. Ma la tunica è “cucita tutta d’un pezzo”, e comprendiamo allora che l’offerta della vita per amore è il prezzo da pagare per una vera comunione, per l’unità della Chiesa, per una fratellanza autentica. Non si è fratelli senza portare il peso dell’altro e non si ama davvero se non si perde se stessi nel servire. Siamo grati al nostro Fratello maggiore perché nell’ora della morte non ha smarrito di un istante il legame con noi, pecorelle erranti, e ha rinsaldato nell’amore l’unione che ci fa forti.

Motivi di gratitudine, dunque, ce ne sono tanti.

Non superficiali, non da buona educazione, ma tipici di chi conosce come si semina il grano che muore, per generare la spiga e preannunciare il pane. In realtà, all’arte della gratitudine è proprio Gesù che ci ha fatto da maestro, indicandoci che essa non è semplicemente risposta a un dono ricevuto. Il grazie sgorga prima. È la benedizione sul pane e sul vino dell’ultima cena, che precede la notte di Giuda e della cattura. È l’inno ebraico della Pasqua di liberazione, cantato prima di mangiare, paradigma intimo della decisione esistenziale di fare posto al Padre.

Chi ringrazia prima, rende possibile la presenza del Signore.

Chi ringrazia prima, si orienta e predispone a che accada il miracolo dell’amore. Chi ringrazia prima, indirizza il cuore al compiersi della promessa, che ha il profumo di un giardino e l’esuberanza di otri nuovi.

In Gesù vediamo il compiersi della fedeltà del Padre, reso possibile proprio dal rapporto mai spezzato con il Figlio anche nel dolore. La Risurrezione è la firma, la conferma, il naturale sbocco di una abissale comunione di cuori. Il grazie di Gesù ha reso possibile che non restasse solo mai, neanche sentendo il tremore e le frustate della passione. È il grazie precedente, che del giardino del sepolcro ha fatto un nuovo Eden, permettendo che la Parola di Vita realizzasse in un di più di grazia le attese delle Sacre Scritture.

Imparare a dire grazie prima, costi quel che costi, è la condizione che rende possibile un venerdì santo di speranza e di fiducia, in cui la croce non è più patibolo ma altare, talamo, trono di vita eterna, di inesauribile amore.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano